A cura di Don Eric Oswald Fanou
In questa domenica, chiamata della Gioia (Laetare), in risposta alla critica dei Farisei e degli Scribi sul fatto che accoglie e mangia con i peccatori, Gesù offre la parabola del Padre misericordioso, o del Figlio prodigo. In questa parabola, un padre ha due figli, uno che sembra bravo e l’altro ribelle, e verso entrambi il padre si mostra costantemente buono. Dio non è mai indifferente verso chi si allontana.
Si può affermare, senza timore di smentita, che uno dei testi più noti della Sacra Scrittura sulla misericordia divina è la parabola del Vangelo di questa domenica. Tra i personaggi del Vangelo, il lettore è portato a immedesimarsi soprattutto nella figura del figlio prodigo, specialmente nella parte in cui il padre gli va incontro. Desideriamo essere accolti e perdonati così.
Il figlio, detto prodigo, era animato da un desiderio di libertà. La tutela protettiva del padre era diventata un ostacolo a questo suo desiderio. Viveva con il padre, ma non più in comunione con lui. Voleva fare tutte le esperienze che gli si offrivano, e sente la necessità di affrancarsi dalla tutela e dalla protezione paterna. A questo desiderio, il padre non si oppone, anzi acconsente alla sua richiesta.
Dopo anni, le esperienze vissute lo hanno privato della dignità di cui godeva, e la gioia e l’entusiasmo di vivere senza regole sono svaniti. Inoltre, ha rotto i rapporti con il padre e con il fratello maggiore. La sua impresa di vivere da solo è sfociata in un fallimento totale. Vive, ma con le catene dei rimorsi e della vergogna, vergogna di non aver combinato nulla di buono. Non ha più niente e vive male. Ma questo figlio ha un merito: riconoscere i propri errori. Non dà la colpa del suo fallimento agli altri, non incolpa il padre per avergli concesso la libertà, e non si condanna per sempre. Anzi, nel suo momento più buio, crede nella bontà del padre e spera di essere accolto come un salariato. Con umiltà, decide di superare la vergogna e l’orgoglio che portano a nascondersi dietro le apparenze. Per tornare dal padre, il figlio minore deve superare lo sguardo malevolo della gente, e persino quello del proprio fratello. Proprio come fanno quei pubblicani e peccatori che si avvicinavano a Gesù. Il padre della parabola sorprende il figlio minore con la sua bontà.
Questa bontà del padre si rivolge anche al figlio maggiore. Lui, che non ha mai disobbedito al padre, si trova a disagio di fronte alla sua benevolenza verso il fratello. Non trova giusto che il fratello ribelle venga a condividere ciò che dovrebbe spettare a lui, proprio come quelli che criticavano Gesù per la sua vicinanza ai peccatori. In fondo, il figlio maggiore è una “brava persona”, ma non ama il padre gratuitamente. Altrimenti, avrebbe notato la sofferenza del padre e avrebbe capito l’importanza di fare festa per lui. Invece, anche lui si ribella. Si può vivere da brave persone nella Chiesa senza essere veramente credenti. Essere credenti cristiani significa condividere i sentimenti di Cristo che non è mai indifferente verso chi è perduto. Ci aiuti lo Spirito Santo a capire che il Signore non si dimentica mai di noi nei nostri guai di allontanamento.