A cura di Don Eric Oswald FANOU
Oggi festeggiamo la Santa Famiglia: Gesù, Giuseppe e Maria. Il brano evangelico ci narra la fuga in Egitto e il successivo ritorno, fino allo stabilimento definitivo a Nazaret. Guardando a loro, si potrebbe quasi dire che sia stata una famiglia “sfortunata”, segnata da precarietà e pericoli. Eppure, essa ci offre un modello altissimo di responsabilità e di affidamento nel Signore. Ci insegna che non è solo la funzione biologica o naturale a farci diventare genitori, o a costituirci come famiglia; lo si diventa davvero assumendosi ogni giorno il ruolo e la responsabilità educativa e affettiva.
Fin dal concepimento, Gesù è stato motivo di grande preoccupazione per Maria e Giuseppe. La coppia ha persino rischiato la separazione, evitata solo grazie all’intervento della grazia di Dio. Al momento della sua nascita — come accadeva a tanti bambini allora e oggi — non c’era un posto adeguato per Lui. Eppure, quei genitori hanno dato il meglio di ciò che avevano. Avvertiti in sogno, sono partiti per cercare asilo in terra africana, in Egitto. Anche se allora non c’erano le barriere alle frontiere che vediamo oggi, hanno vissuto il tormento di dover lasciare in fretta la propria casa, la propria cultura e il proprio Paese, sperimentando la dura condizione di rifugiati. Anche al momento del rientro, hanno dovuto cambiare traiettoria per paura del successore di Erode, stabilendosi infine a Nazaret.
Questo è stato l’inizio di una storia che porterà questi genitori fin sotto la croce di Gesù, quando Egli sarà abbandonato dagli amici più cari e morirà giovane a causa della cattiveria umana. Apparentemente, per la Santa Famiglia le cose non sono “andate bene”. Eppure, proprio qui comprendiamo cos’è una famiglia: un legame che veglia sulla vita vulnerabile che gli è stata affidata.
La famiglia chiama a rischiare la propria serenità e ad accettare il sacrificio che ogni vita richiede. Non si appartiene a una famiglia solo per ricevere, ma anche per dare. È “di famiglia” colui che resta presente quando tutto va male, per consolare e risollevare. Essere famiglia significa sostenere il membro più vulnerabile: un membro fragile, un malato, chi attraversa difficoltà economiche o gli anziani.
Ma c’è un altro aspetto vitale: la famiglia è il luogo dove si impara l’arte del perdono. Non esiste famiglia perfetta perché non esistono persone perfette. Essere famiglia significa avere il coraggio di chiedere scusa e la generosità di donare il perdono. Senza il perdono, le ferite diventano muri; con il perdono, esse diventano feritoie da cui riparte l’amore. È il perdono reciproco che permette a una casa di non crollare sotto il peso delle incomprensioni.
Oggi preghiamo per tutti i figli, poiché non tutti hanno la fortuna di avere una famiglia unita o genitori solidi per affrontare le sfide della vita. Chiediamo che ogni famiglia in difficoltà possa diventare, sull’esempio di quella di Nazaret, un luogo di crescita serena, di misericordia e un rifugio sicuro per i propri membri. E preghiamo affinché la nostra Chiesa diventi sempre più, essa stessa, una vera famiglia. Buona festa.

