Category Archives: Vangelo della Domenica

3a Domenica di Pasqua (Anno A)

La speranza in Dio non delude

(Lc 24,13-35)

A cura di Don Eric Oswald FANOU

C’è una saggezza popolare del mio paese che consiglia: se non sai dove stai andando, almeno torna da dove sei venuto. In effetti, i due discepoli di Emmaus si sentirono così traditi nelle loro aspettative da ritenere che fosse meglio tornare alla loro città di residenza. Con la morte di Gesù, la loro speranza era svanita. Ma la misericordia dell’apparizione di Gesù ha riacceso quella speranza. Per chi crede nella risurrezione di Cristo, anche in mezzo alle difficoltà, la luce della speranza non si spegnerà mai.

Per i due discepoli delusi, lasciare Gerusalemme significava molto di più che lasciare un luogo. Erano pieni di speranza quando si erano uniti al ministero di Gesù: «Speravamo che fosse lui a liberare Israele». Con Gesù, vivere a Gerusalemme significava attesa della redenzione; senza Gesù vivo, era diventata un luogo di non senso e di morte -un luogo dove le loro vite si erano fermate. Questo scatenò l’impulso compulsivo di tornare alle loro vecchie vite.

Allo stesso modo, quando rimaniamo pesantemente delusi dalle cose in cui abbiamo riposto fede e amore, sperimentiamo lo stesso desiderio di fuggire. Potremmo voler scappare dalla Chiesa, fuggire dai rapporti familiari o da amici insopportabili, o persino lasciare un mondo che non sembra più degno di essere vissuto. Nel Vangelo di oggi, Gesù ci mostra che non abbandona mai chi ha posto la sua speranza in Lui.

Proprio come nel caso di Tommaso, quando siamo abbattuti, Gesù viene lungo il nostro cammino attraverso la sua Parola o attraverso qualcuno inviato a sollevarci. Questo “qualcuno” potrebbe anche essere uno sconosciuto. Possano i nostri cuori ardere quando Lui cerca di salvarci da una vita senza speranza. Come credenti nella Risurrezione, siamo chiamati a portare speranza al mondo, non a condannarlo. Siamo chiamati a essere quello “sconosciuto” che aiuta e riporta indietro coloro che lasciano i propri luoghi di comunione e la comunità a causa della delusione. Per farlo, Gesù ci insegna la condivisione della Parola e la frazione del Pane, cioè la comunione vera al disagio dell’altro.

La grazia del Signore nostro ci aiuti a proclamare la nostra vittoria nei luoghi in cui le nostre vite si erano fermate, affinché possano risplendere di grande speranza. Buona Domenica.

2ª Domenica di Pasqua/A

Credere senza illusione

A cura di Don Eric Oswald FANOU

Circa due secoli fa, Karl Marx diceva della religione che essa è l’oppio dei popoli. Per quanto riguarda il cristianesimo cattolico, esiste un modo di vivere la fede che potrebbe davvero renderla un “oppio”, cadendo nell’incoerenza e nell’infedeltà alla religione stessa. Il Tommaso del Vangelo odierno non è certamente il discepolo di un cristianesimo che non si pone domande: il suo dubbio, aperto al dialogo sincero e umile, lo salva dall’illusione.

Nel brano odierno, Tommaso potrebbe non sembrare un “bravo” discepolo perché ha dubitato. Spesso, agli occhi di alcuni, appare “bravo” solo chi obbedisce senza porre domande o chi continua a fare “come si è sempre fatto”, accettando acriticamente le parole dei ministri. Molti partecipano alla Messa o usano i sacramentali (acqua benedetta, rami d’ulivo) e le immagini sacre senza coglierne il significato profondo. Vivere la fede in questo modo non aiuta a renderla intelligibile. Eppure, la ragione non si contrappone alla fede, e viceversa.

Nel Vangelo, Tommaso non mi pare l’unico dubbioso. Tutti erano ancora chiusi per paura, nonostante la testimonianza delle donne e del “discepolo amato” che “vide e credette”. La gioia degli apostoli scaturisce solo dopo aver visto le piaghe del Risorto. La testimonianza altrui, evidentemente, non era bastata nemmeno a loro, né bastò a Tommaso: forse per lui era una notizia “troppo bella per essere vera”, o forse la delusione era tale da rendergli impossibile crederci subito.

Tommaso emerge come una persona sincera e libera, che non si lascia trascinare dal “pensiero di gruppo”. Non fonda la propria vita solo sul “sentito dire”, ma desidera fare un’esperienza personale del Risorto. E Gesù gli viene incontro. Nonostante il dubbio, Tommaso non diventa ribelle e non si allontana dalla comunità; non impone la propria incertezza agli altri, ma rispetta la loro fede. È un uomo di buona volontà, assetato di verità. A lui Gesù mostra misericordia, offrendogli il fianco e le mani. Così, Tommaso passa immediatamente dal dubbio alla professione di fede. La misericordia lo ha risollevato, non condannato. Il «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto» descrive uno stato di grazia, non è un rimprovero. In Tommaso, anche noi abbiamo “visto”. Che il Signore ci aiuti a portare al mondo la gioia di ciò che abbiamo incontrato.
Buona Domenica della Misericordia.


Pasqua 2026

L’amore sopravvive le delusioni

A cura di Don Eric Oswald FANOU

L’amore vero non crolla sotto le macerie delle prove. L’amore ingenuo non teme rischi, non calcola e dimentica le cautele. L’amore autentico non svanisce davanti al sepolcro. Questo era l’amore di Maria di Magdala per Gesù. Questo è l’amore di Dio per noi.

Maria di Magdala (città vicino a Tiberiade) è conosciuta come una dei seguaci più stretti di Gesù. Da lei Gesù scacciò sette demoni. Da come viene descritta e dalle sue azioni, appare come una donna non povera, che aveva la possibilità di procurarsi aromi costosi per la salma di un amico. Il Vangelo dice che di buon mattino, quando era ancora buio, ella (non sembra da sola) si recò al sepolcro, sfidando coloro che avevano ucciso Gesù. Avendo visto la pietra tolta dal sepolcro, pensò subito al furto della salma e corse a cercare aiuto presso i discepoli.

In quella situazione, in cui nessuno pensava che fosse risorto, quanta preoccupazione devono aver avuto e quanti dubbi si saranno posti, anche a livello di fede. Proprio come in tante nostre prove, nelle quali la nostra mente rifiuta ogni giustificazione. Dov’era Maria, Madre di Gesù? Era rimasta a casa di Giovanni? Come ha vissuto quel momento? Ella non viene nominata nei gruppi di donne che vanno al sepolcro con la Maddalena.

Più che un’amica, si manifesta che la Maddalena amava Gesù e lo considerava il suo Signore. Mossa dall’amore, ella non valuta il rischio di andare al buio verso il sepolcro, presso una salma, dopo tutto ciò che era successo. L’amore sincero, puro e cosciente del rischio non vi dà un peso eccessivo. L’amore vero sussiste anche davanti al sepolcro, non muore. La delusione, la crisi di fiducia, la malattia, la guerra… nulla porta via l’amore autentico. Ciò è valido nell’amore filiale, coniugale e anche nell’amore per Cristo e la sua Chiesa. Buona Pasqua.


5a domenica di Quaresima (Anno A)

Gesù, un vero amico

A cura di Don Eric Oswald FANOU

In questo Vangelo, Gesù dimostra ancora una volta di essere veramente uomo. Non è un santone distaccato o un puritano isolato dal popolo per timore di essere “contaminato” dal male. Al contrario, Egli ha vissuto in mezzo ai suoi in modo semplice, stringendo amicizie profonde, come quella con la famiglia di Marta, Maria e Lazzaro. La sua è un’amicizia aperta a tutti, fatta di una solidarietà totale, in tutto fuorché nel peccato.

Proprio in nome della sua missione e, in particolare, di questo legame di amicizia, Gesù si mette in cammino dopo aver saputo della malattia di Lazzaro. Purtroppo, l’amico muore quattro giorni prima del suo arrivo e Gesù ne resta profondamente addolorato. La storia si conclude con la risurrezione di Lazzaro, un segno che genera molte conversioni. Ma al di là della vittoria sul male e del cambiamento nel cuore di chi non credeva, Gesù si rivela qui, soprattutto, come un vero amico.

Un vero amico non abbandona mai nelle situazioni di morte. Come nel caso di Lazzaro — ovvero la morte fisica — le nostre “situazioni di morte” generano spesso la realtà di un sepolcro. Nel sepolcro non c’è luce, non c’è respiro; c’è solo la putrefazione che emana un cattivo odore capace di allontanare i vivi. È quello che accade con la “cattiva fama” (basata su fatti reali o falsi), con i guai che allontanano parenti e persone care, o con malattie e pesi che diventano insopportabili. Sono situazioni di morte in cui una pietra pesante viene posta sulla porta del cuore per mancanza di speranza…ecc.

In questi momenti, il vero amico è presente e vicino. Non scappa alla prova ed è pronto a metterci la faccia. Nemmeno il “cattivo odore” di una vita in difficoltà lo fa indietreggiare. Chi trova un amico del genere, trova un tesoro. Gesù è questo vero amico per ognuno di noi: accogliamo allora il suo grido che scuote il nostro buio: “Vieni fuori!”. Buona domenica.

4a Domenica di Quaresima (Anno A)

Il cieco che vede Dio

A cura di Don Eric Oswald FANOU

Come la terza domenica di Avvento, oggi ricorre la “Domenica della gioia” (Laetare), non solo per la vicinanza della Pasqua, ma per la manifestazione della vittoria di Cristo sul male, così come si è compiuta nella vita del cieco di nascita. Il cieco ha ricevuto due grazie: la guarigione dalla cecità e il dono della fede. La gloria di Dio, infatti, si manifesta sempre di più proprio nella nostra debolezza.

Nel Vangelo emerge una mentalità culturale sull’origine della disgrazia individuale. Per i discepoli di Gesù, per i farisei e per lo stesso cieco, il male personale era considerato il risultato di un peccato commesso dai propri antenati o dalla persona stessa. Rispondendo ai discepoli, Gesù sussurra al cuore di tutti coloro che anche oggi pensano di soffrire per aver commesso del male. Non è raro, nel momento della sofferenza, sentire la gente domandarsi: “Che male ho fatto?”. No! Dio ama a prescindere. Siamo tutti vittime del disordine delle origini che ci predispone a ribellarci contro Dio. Finché abbiamo la possibilità di scegliere Dio, non si può parlare di castigo; per questo ogni momento della nostra vita è un tempo favorevole per affidarsi al Signore.

Il più grande miracolo compiuto da Gesù nel Vangelo odierno non è la guarigione fisica del cieco nato — che è servita a rivelare la divinità di Cristo — ma la conversione: l’affidamento totale dell’uomo, illustrato nel gesto della prostrazione. È proprio in quella debolezza (l’abbandono di sé a Dio) che si manifesta la gloria del Padre. Il cieco è una persona che si affida agli altri e si lascia condurre: ecco il tipo di “cecità” (umiltà) che Gesù avrebbe voluto dai farisei nei Suoi confronti. Cristo vuole essere la guida della nostra vita, ma questo è possibile solo se abbiamo fiducia in Lui. Che il Signore ci salvi dalla presunzione di credere di sapere e vedere meglio di Lui.


3ª Domenica di Quaresima A

Dialogo aperto a tutti

A cura di Don Eric Oswald FANOU

Oggi ricorre la Giornata internazionale della Donna. Anche al centro del Vangelo odierno troviamo una donna che stava attraversando un momento difficile della propria vita. Ella incontra Gesù al pozzo e il dialogo con Lui le dona una nuova gioia. Il fatto di essere un uomo giudeo e santo non ha impedito a Gesù di entrare in dialogo con questa donna, di cui conosceva bene la storia. La discriminazione, in ogni sua forma, è controproducente per l’annuncio del Vangelo e alla coesione sociale.

Nel Vangelo, la donna viene identificata attraverso il suo luogo d’origine: è una Samaritana. Questo riferimento peggiora la sua condizione, poiché era già svantaggiata in quanto donna e priva di un marito. In quell’epoca, lontana dall’idea di parità tra uomo e donna, essere senza marito significava non avere un tetto né sicurezza; spesso queste donne erano etichettate come persone dalla vita non virtuosa. Se aggiungiamo il fatto di provenire dalla Samaria – terra considerata dai Giudei pagana e traditrice dell’ortodossia religiosa – questa donna aveva tutti i requisiti per essere evitata da un Giudeo.

Eppure, contro le aspettative della donna stessa e dei discepoli — i quali rimasero meravigliati nel vedere Gesù parlare con una samaritana — Egli avvia un dialogo con lei e con la sua gente. Persone che, a loro volta, non davano grande valore alla donna, dicendole: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo». Gesù dimostra così di aprire il suo dialogo a tutti, a prescindere dalle origini, dalla fama o dalla condizione di vita. Egli non seleziona a priori le categorie di persone con cui parlare e non si lascia condizionare dalla cultura del suo tempo. Il dialogo aperto a tutti è l’antidoto alla discriminazione e la via verso la fratellanza universale.

Oltre ai grandi temi della discriminazione come l’omofobia o il razzismo, esiste una discriminazione più sottile: la vergogna di apparire amici o conoscenti di qualcuno su cui pesa uno stigma sociale. A volte si fa finta di non conoscere una persona perché è stata in prigione o perché si dice che abbia comportamenti poco virtuosi. In ogni caso, nulla deve impedire un dialogo aperto con il prossimo. Quando non c’è più dialogo, si arriva alla guerra. Che lo Spirito Santo ci doni la grazia del dialogo.
Buona festa delle donne e buona domenica a tutti.

2ª Domenica di Quaresima A

Morire per risorgere

A cura di Don Eric Oswald FANOU.

C’è un punto nel racconto della Trasfigurazione che può lasciare perplessi. Gesù ha elevato i discepoli alla contemplazione della sua gloria; essi hanno visto i grandi giusti del passato, Mosè ed Elia; hanno persino udito la voce del Padre sprigionarsi dalla nube. Eppure, il Vangelo ci dice che i discepoli «furono presi da grande timore». In un contesto di così tanta luce, sembrerebbe che la paura non debba trovare posto. Questa paura rivela la morte necessaria per vedere la gloria di Dio.

Nel brano di oggi, è Gesù a prendere l’iniziativa, conducendo Pietro, Giacomo e Giovanni sulla montagna. Tra Lui e loro c’era già un legame: un rapporto tra Maestro e discepoli fondato sulla fiducia. Essi non erano testimoni casuali, colpiti da un miracolo improvviso per convertirsi un istante dopo. La loro situazione è simile a quella di chi oggi inizia un percorso di iniziazione cristiana o prova simpatia per la fede: a tutti è chiesto di fare l’esperienza della “salita”, perché il Signore non smette mai di farsi conoscere. Ancora oggi, quella Voce risuona nei nostri cuori per invitarci ad ascoltare il Figlio amato.

Tuttavia, il vero nemico dell’ascolto è l’idea del pericolo, il timore che la Parola di Dio possa in qualche modo “danneggiarci” o toglierci qualcosa. Provare un timore gelante davanti alla gloria di Dio può sembrare incompatibile con la fede. Verrebbe da parlare di “stupore” o “meraviglia”, ma il testo greco usa proprio il termine phobia: paura.
Perché questa paura? Perché la paura evoca il pericolo, la perdita, la morte. E questo ci rivela una verità profonda: per vedere la gloria di Dio, i discepoli devono attraversare un’esperienza di morte. La salita con Gesù porta a morire all’”io padrone”, a quell’io che vuole il controllo totale della vita, per lasciar emergere l’”Io figlio di Dio” — un io che si abbandona al Padre con l’aiuto dello Spirito Santo.
Solo morendo alla nostra pretesa di gestire la luce, possiamo essere illuminati dalla Luce di Dio.
Buona domenica.

1a Domenica di quaresima A

Vulnerabilità, luogo della fiducia

A cura di Don Eric Oswald FANOU

Il Vangelo odierno mostra che la vulnerabilità è il luogo in cui si manifesta il grado della nostra fiducia in Dio. Nel deserto, essa si esprime in tre modi: la vulnerabilità del bisogno, la vulnerabilità dell’apparire e la vulnerabilità del potere. Gesù affronta queste fragilità perché è fiducioso nella Parola del Padre suo. Più è forte la convinzione interiore, più il tradimento e la caduta si allontanano.

Il contesto del deserto, dove avvengono le tentazioni, è molto significativo. Il deserto, più che uno spazio fisico, richiama l’austerità, la cecità e lo smarrimento; è il luogo dove sembra non esserci vita. Sperimentiamo il “deserto” ogni volta che la comunione in famiglia, in una squadra sportiva, tra colleghi o nella comunità ecclesiale si rompe o va in frantumi. Il deserto rende la vulnerabilità propizia alle tentazioni.

La tentazione ci fa pensare a un pericolo, a un passaggio verso la propria rovina. È per questo che nel Padre Nostro preghiamo: “Non abbandonarci alla tentazione”. La tentazione è però anche il momento in cui emerge la forza delle nostre convinzioni. Se la convinzione è poca, se manca la fiducia in ciò che si fa, la resistenza diventa debole. Ad esempio, sarà difficile partecipare regolarmente e con devozione all’Eucaristia per chi non vi sente la compassione e la presenza di Cristo; così come sarà difficile per uno studente impegnarsi se, oltre la fatica, non vede nell’istruzione un modo per crescere nella vita.

Nessuno sfugge alla tentazione, nemmeno il Figlio di Dio. Spesso esse colpiscono la nostra vulnerabilità nel bisogno, facendoci credere che ciò che conti sia solo il guadagno o la sicurezza materiale. Colpiscono la vulnerabilità dell’apparire, il desiderio di essere ben visti e di ottenere prestigio. Colpiscono, infine, la vulnerabilità del potere e della libertà, intesa come desiderio di dominare il mondo escludendo Dio.
Davanti alle tentazioni, Gesù — a differenza dei primi uomini — si ricorda della Parola del Padre. Egli non sceglie una via contro il Padre, ma esprime quanto la sua fiducia in Lui sia totale. È così che Gesù fa la differenza. Anche noi, specialmente in questa Quaresima, siamo invitati a fare la differenza, tornando a nutrire la nostra fiducia nella Sua Parola.
Buona domenica.

6ª Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

Superare la giustizia dell’antica Alleanza

Mt 5,17-37

Prima di Gesù, i farisei e gli scribi erano le due istituzioni religiose che garantivano l’ortodossia della dottrina. All’epoca avevano, per il popolo d’Israele, un’autorità e un’autorevolezza incontestabili. Gesù nasce ed eredita questo tessuto sociale e religioso: non condanna o cancella, ma chiama ad aprirsi a un rapporto più autentico con Dio e con gli altri. È proprio così che si manifesta il Regno da Lui predicato.

Per essere giusti o santi (termini spesso intercambiabili nella Bibbia), bisognava seguire la via indicata dalla Legge secondo l’interpretazione di chi deteneva il potere religioso. Era questa la fede della gente. In questo contesto, Gesù afferma la necessità di superare la giustizia di scribi e farisei, aggiungendo di voler portare la Legge al suo compimento, alla sua piena maturazione. Così facendo, Egli rivela che la Legge antica è dinamica e che in Lui tale dinamismo raggiunge la sua meta definitiva.

Per i suoi contemporanei non era una posizione facile da accettare. Per noi oggi, a distanza di anni, i limiti morali dell’antica Alliance appaiono chiari, ma sempre resta difficile accogliere la novità di Cristo: a volte cerchiamo “altre rivoluzioni” o nuovi metodi, ma il Vangelo ci ricorda che per il Regno dei Cieli tutto è compiuto in Cristo. Non ci sarà un’altra verità capace di portare la Legge a compimento al di fuori di Lui.

Per essere uomini autentici, basta rispondere al comando dell’amore di Gesù e restarvi fedeli. I cambiamenti, anche nella Chiesa, che non sono conformi allo Spirito di Cristo portano alla deriva. La misura è Cristo, non le nostre fantasie interpretative usate per sostenere idee personali a scapito della Verità. Esiste sempre il rischio di strumentalizzare il Vangelo, che invece nasce per liberare l’uomo. Superare la “santità della brava gente” è possibile solo attraverso la fiducia in Cristo e nella sua Parola. Che il Signore apra i nostri cuori alla sua novità.

Buona domenica.

Don Eric Oswald FANOU

5a domenica T. ordinario A

Rimanere sale e luce

Mt 5,13-16

Nel Vangelo odierno, Gesù propone due immagini simboliche tratte dalla realtà domestica: il sale e la luce. Paragonando i suoi discepoli a questi elementi, Egli interroga la nostra identità: cosa ne sarà di noi se dovessero venire meno il sapore o la luminosità? Con l’aiuto del Signore, dobbiamo vigilare per rimanere sale e luce.

Dobbiamo essere onesti: il cristiano che non che non nota in sé stesso un cambiamento e non porta un cambiamento nel mondo manifesta il sintomo di un rapporto sterile con Cristo. Ma c’è una deriva ancora più grave: quando il cristiano, anziché essere sale che preserva, diventa autore di zizzania; quando anziché essere luce, si fa alleato di strutture di ingiustizia. In quel momento, non siamo solo “inutili”, ma diventiamo un ostacolo al Regno di Dio.

Gesù non parla a una folla sconosciuta, ma ai suoi discepoli. Non dice loro di “sforzarsi di diventare”, ma afferma ciò che sono: “Voi siete”. Questa identità nasce dalla comunione con Lui: il contatto con Gesù genera in noi una vita che non si corrompe e non conosce tenebre.

Tuttavia, il sale non dà sapore a sé stesso e la luce non brilla per sé. Il sale si scioglie per mantenere in vita ciò in cui viene posto; la luce si dona per rischiarare il cammino degli altri. Se invece usiamo la nostra posizione per dividere o per assecondare il male, tradiamo la nostra identità cristiana.

La prospettiva di oggi è dunque un invito alla vigilanza. Dobbiamo vegliare per non perdere il sapore trovato in Cristo. Finché il sale rimane sale, non mancherà di dare sapore; finché la luce rimane luce, non mancherà di illuminare.

Chiediamo al Signore la grazia di dimorare in Lui, per essere testimoni di verità e non complici dell’oscurità. Buona domenica.

Don Eric Oswald FANOU