A cura di Don Eric Oswald FANOU
Come la terza domenica di Avvento, oggi ricorre la “Domenica della gioia” (Laetare), non solo per la vicinanza della Pasqua, ma per la manifestazione della vittoria di Cristo sul male, così come si è compiuta nella vita del cieco di nascita. Il cieco ha ricevuto due grazie: la guarigione dalla cecità e il dono della fede. La gloria di Dio, infatti, si manifesta sempre di più proprio nella nostra debolezza.
Nel Vangelo emerge una mentalità culturale sull’origine della disgrazia individuale. Per i discepoli di Gesù, per i farisei e per lo stesso cieco, il male personale era considerato il risultato di un peccato commesso dai propri antenati o dalla persona stessa. Rispondendo ai discepoli, Gesù sussurra al cuore di tutti coloro che anche oggi pensano di soffrire per aver commesso del male. Non è raro, nel momento della sofferenza, sentire la gente domandarsi: “Che male ho fatto?”. No! Dio ama a prescindere. Siamo tutti vittime del disordine delle origini che ci predispone a ribellarci contro Dio. Finché abbiamo la possibilità di scegliere Dio, non si può parlare di castigo; per questo ogni momento della nostra vita è un tempo favorevole per affidarsi al Signore.
Il più grande miracolo compiuto da Gesù nel Vangelo odierno non è la guarigione fisica del cieco nato — che è servita a rivelare la divinità di Cristo — ma la conversione: l’affidamento totale dell’uomo, illustrato nel gesto della prostrazione. È proprio in quella debolezza (l’abbandono di sé a Dio) che si manifesta la gloria del Padre. Il cieco è una persona che si affida agli altri e si lascia condurre: ecco il tipo di “cecità” (umiltà) che Gesù avrebbe voluto dai farisei nei Suoi confronti. Cristo vuole essere la guida della nostra vita, ma questo è possibile solo se abbiamo fiducia in Lui. Che il Signore ci salvi dalla presunzione di credere di sapere e vedere meglio di Lui.

