Category Archives: Vangelo della Domenica

Santi Pietro e Paolo /2025

Dalla Fede Apostolica alla Comunione Ecclesiale

Mt 16,13-19

A cura di don Eric Oswald Fanou
Ogni 29 giugno, la Chiesa celebra la solennità di due apostoli a cui il Signore ha donato la grazia di assumere un ruolo particolarmente determinante per la Chiesa e per la sua diffusione nel mondo: Pietro e Paolo. Nel Vangelo odierno, dopo aver ascoltato il parere della gente sulla propria identità e la successiva confessione di fede degli Apostoli, Gesù promette di edificare la sua Chiesa, una Chiesa che resisterà agli assalti delle potenze degli inferi. A Pietro, Gesù diede le chiavi del regno di Dio e il potere di legare e di sciogliere in Cielo e in terra. La fede apostolica è il fondamento della Chiesa di Cristo.
La Chiesa nasce dalla comunione di coloro che credono che Gesù sia il centro e il Signore della loro vita. Gli apostoli riconoscono Gesù, come lasciano intendere per bocca del loro portavoce Pietro, come il Figlio del Dio vivente, cioè il Messia. Una confessione di fede, all’epoca, rivoluzionaria per un ebreo. La prima manifestazione della comunione ecclesiale è il collegio degli Apostoli attorno a Gesù. Questa comunione apostolica ha continuato ad allargarsi fino all’ascensione del Signore Gesù al Cielo. Dalla comunione apostolica attorno al Risorto e dalla loro testimonianza, a partire dalla Pentecoste, nasce una comunità più ampia di credenti in Gesù Risorto. Pertanto, il primo evento della Chiesa è la comunione apostolica, ed è questa il fondamento della Chiesa stessa.
La nostra fede è fondamentalmente basata sulla fede degli Apostoli, cioè di coloro che hanno visto Cristo risorto. Essa è nata dalla testimonianza che essi diedero del Risorto. La loro testimonianza è una forma di mediazione che ci collega a Cristo. Chi, ascoltando la testimonianza degli Apostoli, consegna la propria vita a Cristo, è membro dell’unica Chiesa di Cristo, che non è limitata al numero statistico dei cattolici. I membri della Chiesa di Cristo sono sparsi ovunque si crede in Cristo, Figlio del Dio vivente e Salvatore del mondo. Direi, magari esagerando un po’, che ci sono dei non-cattolici che sono cattolici senza saperlo, perché la cattolicità porta in sé l’universalità.
Preghiamo in modo particolare per Papà Leone XIV e per i vescovi, che hanno la missione di vegliare e attualizzare lo spirito della fede apostolica. Preghiamo affinché possiamo continuare a credere che le potenze delle tenebre non prevarranno mai sulla Chiesa di Cristo.

Corpus Domini /C

Eucaristia: Cristo al nostro servizio

Lc 9,11b-17

A cura di don Eric Oswald Fanou

Nel Vangelo di oggi, in occasione della festa del Corpus Domini, Gesù insegnava alla folla e compiva miracoli di guarigione. Al tramonto, non avendo nulla da offrire da mangiare, i discepoli suggerirono di congedare la folla affinché andasse a cercare cibo altrove, fuori dal deserto. Invece, Gesù prese i cinque pani e i due pesci che i discepoli ritenevano insignificanti per sfamare così tante persone. Poi, li sorprese con un miracolo che soddisfò abbondantemente un bisogno di cibo che la folla non aveva nemmeno ancora espresso. Così, anche l’Eucaristia è il sommo sacramento attraverso il quale Cristo si mette al nostro servizio.

La pagina evangelica proposta per questa festa del Corpus Domini è caratterizzata da due momenti distinti: il primo è l’insegnamento sul Regno dei Cieli e la guarigione; il secondo, la moltiplicazione dei pani e dei pesci per nutrire la folla. Entrambi questi momenti si svolgono sotto il controllo diretto di Gesù. Egli non manda via la folla ad arrangiarsi, dopo averla istruita con tanta parola, come suggerivano i suoi discepoli, già disperati dalla situazione caotica che prevedevano con la mancanza di cibo. Gesù, al contrario, provvede al loro bisogno esistenziale. La salvezza cristiana non è solo soprannaturale, è una salvezza integrale. È l’uomo intero, nella vita esistenziale e nel suo cammino verso il Regno. L’Eucaristia non è sconnessa dalla nostra vita quotidiana.

Ogni celebrazione eucaristica è composta da due momenti principali: la Liturgia della Parola e la Liturgia Eucaristica. Nella Liturgia della Parola, il Signore opera il miracolo della guarigione in quello slancio di fede che nasce nel cuore dopo l’ascolto della Parola, proprio quando affidiamo la nostra vita alla cura di Dio, trovando espressione nel rinnovamento del nostro Credo. Nella seconda parte, la Liturgia Eucaristica, portiamo nel simbolo del pane le nostre gioie, le nostre speranze, le fatiche nel fare il bene e persino le ferite derivanti dall’amore mal vissuto. Gesù, unito a noi, presenta tutto questo al Padre. Per questo motivo, l’Eucaristia è un sommo sacrificio, poiché il Padre vede in essa il sacrificio perfetto del Figlio. Successivamente, manifestiamo la nostra adesione a questo sacrificio perfetto attraverso la comunione e il nostro “Amen”, affinché la nostra vita si unisca a quella di Cristo e diventi anch’essa condivisione per gli altri.

Così, Cristo, unito a noi, ci guarisce e ci dona la forza di progredire nel bene, nel mondo e nei nostri rispettivi impegni. Chi salta la Messa senza un motivo di forza maggiore, più che commettere un peccato, perde grandi occasioni di grazia. È vero, fare la comunione non è l’unico modo per essere serviti da Cristo; Egli bussa a tutte le porte. Chi non fa la comunione non è per questo condannato all’inferno. La comunione è un sommo mezzo della grazia di Dio, ma la vita di carità rimane la sua alta manifestazione. Dove la carità si manifesta perfettamente, lì Cristo è all’opera. Non basta essere visibilmente in regola con i sacramenti per essere in comunione con Cristo. Ma la comunione con Cristo, la fiducia in Lui, porta a vivere meglio la carità. Infine, la celebrazione eucaristica non è solo per i cristiani “in regola”, è per tutti, tutti quelli che si riconoscono bisognosi della cura di Cristo. Credo che anche per coloro che non fanno la comunione perché è venuta meno la regola dei sacramenti, il Signore che vede il cuore sa il miracolo che sfama la loro fame. Ringraziamo il Signore per il dono del sacramento del suo Corpo e Sangue.

Buona festa del Corpus Domini!

Santissima Trinità /C

La Santissima Trinità, Mistero di Relazioni

Gv 16,12-15

A cura di don Eric Oswald Fanou

In questa domenica, la Chiesa celebra la Santissima Trinità, ovvero il mistero di Dio, uno in tre Persone. Questo mistero è richiamato anche nel semplice segno della Croce. La Trinità ci insegna che Dio, in quanto Amore, non può essere pensato senza relazione. A sua immagine, è impossibile per l’essere umano vivere bene senza relazioni.

Celebrare la Santissima Trinità significa professare nuovamente che l’amore perfetto si colloca sempre in una pluralità di relazioni. Dio, che è Amore perfetto, non può essere concepito se non nella pluralità delle relazioni. Il Padre è Padre perché genera il Figlio, e il Figlio è Figlio perché è generato. L’atto di generare e di essere generato presuppone affetto e dono, che è lo Spirito Santo. Tutte e tre le Persone sono un unico Dio. L’esistere divino è l’esistere di tre relazioni sussistenti in sé. Allo stesso modo, non può fare a meno delle relazioni.

Per sua natura, e per il fatto di portare l’impronta di Dio, l’intera creazione è chiamata a vivere in comunione: comunione tra gli esseri umani e comunione con il creato. Anzi, l’uomo è stato creato per amore, per vivere nella relazione con il Creatore e con il creato. È presunzione pensare di poter vivere senza aver bisogno di Dio e degli altri. Le esperienze negative di comunione o di relazione non devono spingere a cercare rifugio nell’isolamento. Nell’isolamento si diventa fragili. La relazione tra di noi a volte è difficile, ma vale sempre la pena di provarci. Abbiamo bisogno gli uni degli altri, siamo nella stessa barca dell’umanità. Nel suo Figlio, Dio ha aperto il seno della divinità all’umanità. Affidiamo le nostre paure di essere feriti e chiediamo la grazia di essere sempre aperti alla relazione.

Buona festa della Santissima Trinità!

Pentecoste 2025

L’Amore che Dona Tutto

Gv 14,15-16.23b-26

A cura di don Eric Oswald Fanou

Oggi, Pentecoste 2025, celebriamo la discesa dello Spirito Santo sui discepoli. Nel Vangelo, Gesù, dopo aver donato la propria vita, promette e concede un dono divino che procede dal Padre e dal Figlio a chiunque scelga di stabilire con Lui una sincera relazione d’amore. Così, in definitiva, il Figlio ha dato se stesso e tutto ciò che possiede. L’amore vero, infatti, non conosce riserve.

Nella storia del popolo di Dio, questa festa non rappresenta la prima volta in cui lo Spirito di Dio è sceso sugli esseri umani. Ci sono numerose occasioni nell’Antico Testamento in cui uomini scelti sono stati colmati del dono dello Spirito di Dio. Erano individui scelti e destinati a una funzione specifica: profeta, sacerdote, giudice, re… E già in quel contesto, lo Spirito si mostrava libero di operare al di là degli schemi religiosi dell’epoca, come ci ricorda la vicenda di Eldad e Medad. Nonostante ciò, la Pentecoste porta con sé delle significative novità. Vorrei evidenziarne alcune.

Con il dono dello Spirito a Pentecoste, quando tutti i discepoli erano riuniti a Gerusalemme, comprendiamo che lo Spirito Santo è destinato a tutti i credenti in Cristo, non più solo ai leader religiosi o per una funzione specifica. È destinato a permeare la vita di ciascuno di noi, per aiutarci a perfezionare il nostro amore per Cristo e per il prossimo. Senza l’aiuto dello Spirito, nulla è senza macchia. Tutti i buoni propositi, i progressi che ci aiutano a vivere un amore pieno per Dio e per gli altri, sono opere dello Spirito Santo.

L’effusione dello Spirito Santo è la prova definitiva che Gesù non ha trattenuto nulla nel suo amore per noi. Ha dato tutto. E ci invita a fare altrettanto: a donare noi stessi non parzialmente, ma pienamente. Agiamo parzialmente quando riteniamo scomodo aprire ogni angolo della nostra vita alla sua luce e quando ci pensiamo autosufficienti, o quando viviamo i nostri dispiaceri come se fossimo soli. L’amore sincero non fa riserva di nulla. Ce lo dimostra anche l’esperienza umana dell’amore.

Quanta illimitata disponibilità mostrano i genitori (veri) a sacrificare tutto per i propri figli! Il dono generoso e totale di sé e di tutto ciò che si possiede è una caratteristica distintiva dell’amore perfetto. Nell’amore perfetto, il rischio non spaventa. Quanti coniugi hanno donato un proprio organo per salvare l’altro? Quando la pienezza dell’amore viene meno, subentra la cautela, la riserva prudente. Ci si consacra a Dio con “un piede fuori”, si entra nel matrimonio già prevedendo la possibilità del divorzio… In sintesi, si cerca di non rischiare tutto.

Possa lo Spirito Santo donarci la forza di sostenere i sacrifici che generano il nostro amore per Lui e per gli altri. Buona festa di Pentecoste.

6a domenica di Pasqua /C

Il perdono nel nome di Cristo

Lc 24,46-53

A cura di don Eric Oswald Fanou

In questa domenica, in Italia si celebra l’Ascensione del nostro Signore Gesù. Nel Vangelo, dopo aver ricordato ai discepoli di aver liberamente compiuto le Profezie su di Lui, Gesù afferma il perdono dei peccati nel Suo nome per coloro che si convertono. I discepoli, con la forza del Signore, sono chiamati a essere testimoni di questa novità nell’opera della salvezza. Convinti da ciò che hanno udito, i discepoli vanno al Tempio per glorificare Dio. Cristo porta l’umanità rinnovata nel seno di Dio. In Lui è garantito il sacrificio perfetto per il perdono dei peccati.

Nel Vangelo odierno, Gesù appare di nuovo ai suoi discepoli. Nulla nel racconto ci dice che fossero consapevoli che sarebbe stata l’ultima apparizione. Ancora una volta, ripete un brano della Scrittura che Lo riguarda: “il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel Suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati”. Aveva citato lo stesso brano in un’altra occasione ai discepoli di Emmaus. Questa ripetizione fa intravedere che i discepoli fossero ancora meno convinti della salvezza in Gesù Nazareno. Può darsi che qualcuno abbia pensato che bisognasse aspettare un altro Messia. Per esempio, ancora oggi ci sono Ebrei che continuano ad aspettare il Messia, a differenza degli Ebrei messianici. Quindi, fino all’ultimo momento, Gesù dimostra di essere il Messia annunciato e chiarisce il tipo di salvezza che Gli appartiene: sconfiggere il principe dei peccati e non fare una guerra armata all’imperatore romano, come pensavano in molti.

Il peccato viene definito una ribellione contro il Creatore. Peccare significa non corrispondere all’immagine impressa su di noi. Infine, il peccato è una ribellione contro sé stessi. Gli effetti di questa ribellione si fanno sentire in qualsiasi cuore, anche nel cuore di chi non crede o crede nel nulla. Questi effetti sono, per esempio, il dispiacere di aver offeso l’altro, il senso di colpa di non aver mantenuto le promesse, la tristezza dell’incoerenza e della menzogna e così via.

Prima di Gesù, per ottenere il perdono dei peccati, si sacrificavano animali. Ci ricordiamo del giorno del Grande Perdono (Yom Kippur). I sacrifici degli animali bastavano per avere la coscienza a posto. Questi espiavano i peccati, ridavano la purezza e restauravano l’alleanza. E molti lo facevano senza per forza un coinvolgimento morale. Si capisce perché i Salmi e i Profeti insistevano sul cuore contrito al posto del sacrificio.

Gesù mette decisamente fine al sacrificio degli animali per il perdono dei peccati, non per la mancanza di un luogo (il Tempio) che è stato distrutto, ma perché il tempio del Suo sacrificio è il cuore dell’uomo. E il sacrificio è l’impegno della propria vita ad assomigliare a Gesù nelle scelte quotidiane. Vivere così costa, si sente la fatica. Questa fatica Gesù l’accoglie per renderla un sacrificio perfetto davanti al Padre. Ed è l’unico vero uomo in grado di presentare un sacrificio perfetto. Chi accoglie Cristo nella propria vita viene generato a vita nuova. Non ha più niente da temere. Ed è questa la meraviglia da testimoniare al mondo che non crede. Con Gesù, il perdono esce dai tempi dei sacrifici animali per essere alla portata di tutti. Gesù torna al Padre perché “tutto è compiuto”. Il resto è il tempo della raccolta, che significa consegnare la vita a Gesù con fiducia e godere della gioia della riconciliazione con sé stessi e, dunque, anche con Dio. Possa la grazia di Dio aiutare alla comprensione del grande dono che ci ha fatto. Buona festa dell’Ascensione. Don Eric Oswald FANOU

6a Domenica di Pasqua /C

Amore e regole

Gv 14,23-29

A cura di don Eric Oswald Fanou

Il Vangelo di Giovanni, in particolare il capitolo 14, risuona con un’affermazione centrale e profondamente significativa: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola.” Questa frase, ripetuta più volte, non è solo un monito, ma la chiave per comprendere la natura della relazione tra l’uomo e Dio. Il Vangelo odierno arricchisce ulteriormente questo concetto, rivelando una serie di promesse che scaturiscono da questo amore obbediente: la promessa di una profonda comunione con il Padre, l’invio del Paràclito, lo Spirito Santo, e l’assicurazione del ritorno al Padre, il rilascio del dono prezioso della pace. È evidente, da queste parole, che lo Spirito Santo ha un ruolo cruciale: purifica il nostro amore, rendendolo non solo sincero, ma anche gradito al Signore. In definitiva, ciò che emerge con forza è che, anche l’amore ha bisogno di regole.

La risposta all’amore di Gesù, infatti, non è un’adesione passiva, ma un atto che stabilisce un legame dinamico e vivo. Questo legame domanda lealtà a un patto, a un sentimento che è espresso reciprocamente e scambiato. Quando Gesù parla dell’osservanza della sua parola da parte di chi lo ama, egli sottolinea come questa parola, che è il cuore e il contenuto dell’alleanza stretta con Lui, diventi intrinsecamente la parola stessa di colui che lo ama. In qualsiasi contesto, amare significa sempre e comunque entrare in una comunione che è regolata. Le regole non hanno il potere di comunicare l’amore, non possono infonderlo o crearlo; tuttavia, l’amore ha bisogno delle regole per sopravvivere e prosperare. Non esiste alcuna forma di unione, autentica o duratura, dove si possa agire arbitrariamente, facendo “ciò che si vuole” senza alcun principio guida. Anche le unioni che si definiscono “libere” o le solidarietà, persino quelle che potremmo considerare “cattive” o deviate, necessitano di un minimo di principi per poter sussistere. Quando questi principi fondamentali vengono meno, la pace – anche quella più effimera e relativa, va in frantumi, lasciando spazio al caos e alla disarmonia.

Il nostro amore per Gesù, per quanto profondo e sincero possa essere, non sarà mai, per sua stessa natura, pari all’amore smisurato di Cristo per noi. È proprio per questa intrinseca differenza che il nostro amore ha una necessità costante e impellente di essere purificato in ogni istante. Questa purificazione avviene non per nostro merito o forza, ma per mezzo dello Spirito Santo. È lo Spirito, infatti, che con la sua grazia incessante, consacra ogni offerta della nostra vita, permettendoci di accogliere e vivere pienamente la parola del Signore. Ed è sempre lo Spirito Santo che, nella sua infinita saggezza, ci consente di scoprire ancora oggi la bellezza e la profondità di quella parola, rivelandone significati nuovi e sempre attuali. Per questo, in questo giorno e in ogni giorno, siamo chiamati a invocare spesso lo Spirito Santo, chiedendogli con fiducia di infonderci la forza necessaria per rimanere fedeli e leali all’amore incondizionato di Dio per noi. Buona domenica.

Quinta Domenica di Pasqua /C

L’amore eucaristico

Gv 13,31-33a.34-35

A cura di don Eric Oswald Fanou.
Il racconto del Vangelo ci porta all’Ultima Cena. Giuda esce dalla tavola per completare il suo tradimento. Gesù è ben consapevole della sorte che lo attende, eppure parla di glorificazione e poi invita i suoi discepoli ad amarsi gli uni gli altri. Da questo loro amore Lo renderanno presente al mondo. L’amore dei credenti tra di loro è un atto eucaristico. L’uscita da questo legame rende vulnerabili.
All’Ultima Cena con i suoi discepoli Gesù lascia il suo testamento. Durante questa cena istituisce l’Eucaristia con l’invito di fare «questo in memoria» di Lui. Questo dono di sé stesso nell’Eucaristia trova nel Vangelo di Giovanni una sfumatura originale. Giovanni lo esprime nella lavanda dei piedi, cioè nell’abbassamento di Dio fino a farsi servo dell’uomo. All’epoca, tra i compiti del servo c’era la lavanda dei piedi del padrone quando tornava da fuori. L’atto eucaristico per Giovanni è già posto quando Dio si umiliò per diventare uno di noi. L’atto eucaristico diviene concreto quando Gesù si consegnò liberamente al suo traditore nel simbolo del boccone donato a Giuda. Gesù non pone alcuna condizione prima di donarsi alla morte per noi.
Nel gesto del dono del boccone, si è tentato di pensare che Giuda fosse condizionato per il compimento della Scrittura. Se fosse così, sarebbe un insulto alla libertà umana e tutto il resto non avrebbe avuto senso. Giuda aveva deciso liberamente il tradimento nel proprio cuore. Da parte dei presenti alla cena, non avevano legato il gesto di Gesù a un comando. Alcuni presenti alla cena addirittura pensavano che fosse un invito al cassiere Giuda a sborsare per la festa o per i poveri. Ed è dopo gli eventi che il collegamento con la morte di Gesù fu fatto. Capiamo noi che anche Gesù, sapendo tutto, poteva decidere di non consegnarsi a Giuda e di denunciarlo pubblicamente. Invece Egli trova la sua glorificazione proprio quando Giuda esce per avviare il processo della sua crocifissione.

Dicevamo che Dio si dona a chiunque senza condizioni: ha lavato i piedi a tutti i discepoli, si è consegnato a Giuda. Così è disposto a servire tutti: bravi, meno bravi, perfetti e meno perfetti, santi e peccatori. E l’Eucaristia è il sacramento del dono di sé sino alla morte. Gesù non si è isolato dai peccatori per salvare la propria santità. Quando questo tipo di dono, amore per tutti, si manifesta tra i credenti, Gesù è annunciato e riconosciuto nei suoi discepoli. La divisione tra i credenti in Cristo è un’incoerenza che non fa presente Cristo al mondo pagano. La comunione non impone la perfezione, ma chiama e porta alla perfezione. Distinguere e scegliere tra buoni e cattivi, Ebrei e Giudei, poveri e ricchi, santi e peccatori, bianchi e neri…, non è un atto eucaristico e non fa Chiesa. In queste distinzioni non c’è Cristo e non c’è la comunione. Come l’uscita di Giuda dal cenacolo, l’uscita dalla comunione rende vulnerabili e conduce al suicidio (impiccagione di Giuda). Preghiamo per l’unità delle comunità cristiane, preghiere perché le nostre comunità siano luoghi di cultura della fratellanza contro ogni spirito di odio e di individualismo. Buona domenica.

Quarta Domenica di Pasqua /C

Buon pastore e pecore docili

Gv 10,27-30

A cura di don Eric Oswald Fanou

Il Vangelo della quarta domenica di Pasqua ci offre la figura consolante e paradigmatica del Buon Pastore. In questa domenica tradizionalmente dedicata alla preghiera per le vocazioni, il brano offerto alla nostra meditazione illumina la profondità del legame che unisce Gesù al credente, un legame intriso di responsabilità e obbedienza, simboleggiato dalla figura del pastore e del suo gregge. Tre parole chiave dischiudono la natura di questo legame: Ascoltare, conoscere e proteggere.

Per coloro che per primi ascoltarono questo brano evangelico conoscevano intimamente le dinamiche che regolavano la vita del gregge e il rapporto con il suo custode. Sapevano come, al calar della sera, più pastori conducevano le loro greggi in recinti comuni, creando uno spazio protetto dove le pecore potevano riposare al sicuro dalla minaccia dei predatori. Ma era soprattutto al mattino che si manifestava la singolare relazione tra il pastore e le sue pecore. Il pastore si poneva all’ingresso del recinto e chiamava le sue pecore, che rispondevano al suo richiamo e lo seguivano con una fedeltà sorprendente. Questa obbedienza istintiva al proprio pastore, alla sua voce inconfondibile, era un tratto distintivo del rapporto.

È proprio a questa immagine così vivida e familiare che Gesù attinge per rivelare la natura del suo legame con coloro che lo ascoltano e riconoscono in lui il loro Signore. Egli si presenta come colui che conosce le sue pecore, che le chiama per nome e che da esse è riconosciuto e seguito. Questo “ascoltare” che è anche “seguire” non è un atto passivo, ma implica un movimento attivo verso la voce del Pastore, una fiducia totale nella sua guida. Insieme con le loro singolarità, formano un unico gregge (Chiesa) per un unico Pastore.

Gesù sottolinea, per contrasto, l’esistenza di coloro che non lo riconoscono come il loro pastore, che non ascoltano la sua voce e quindi non lo seguono. Questa distinzione evidenzia la libertà intrinseca nella relazione con Dio: la possibilità di accogliere o rifiutare la sua guida amorevole. La natura stessa della pecora, un animale dolce, mite, ma incline a perdersi e a smarrirsi, aggiunge un ulteriore elemento di profondità all’analogia.

Quando una pecora si allontana dal gregge, diventa vulnerabile. Chi si allontana dalla Chiesa diventa vulnerabile. Ma il Buon Pastore non la abbandona al suo destino. Anzi, si fa carico della pecora smarrita, la prende sulle sue spalle e la riporta al sicuro nel recinto, purché essa non si ribelli. Cura premurosa e sollecitudine per chi si è allontanato, è manifestazione potente della misericordia di Dio e della sua instancabile ricerca di ogni singola anima.

Gesù si definisce il “buon pastore” proprio perché, a differenza del mercenario che fugge di fronte al pericolo, egli non esita a dare la propria vita per le sue pecore, per proteggerle. Questa dedizione totale, questo sacrificio supremo, è la misura autentica dell’amore del vero pastore. Egli non si sottrae alla lotta contro i “lupi” che minacciano il suo gregge, ma si pone in prima linea per difenderlo, fino all’estremo sacrificio.

Trasportando questa immagine nella nostra vita, siamo chiamati ad essere come pecore che seguono il Signore, senza la presunzione di indicargli la via o di imporre le nostre logiche. Questo è particolarmente vero nell’ambito delle vocazioni, dove spesso si manifesta la tentazione di voler definire a priori il modo in cui Dio dovrebbe chiamare o guidare. L’atteggiamento fondamentale è quello dell’ascolto docile e fiducioso della sua voce. Allo stesso modo, sull’esempio del Buon Pastore, siamo chiamati ad esercitare la responsabilità nelle nostre vite, nei nostri ruoli familiari, sociali ed ecclesiali, con dedizione e spirito di sacrificio. Come genitori, come educatori, come guide, non siamo chiamati a fuggire di fronte alle difficoltà o ad abbandonare coloro che ci sono affidati, ma ad andare loro incontro, a “combattere” per il loro bene, mettendo a rischio, se necessario, anche il nostro stesso interesse.

In questa domenica del Buon Pastore, siamo dunque invitati a rinnovare la nostra sequela di Cristo, ascoltando la sua voce, riconoscendolo come unica guida e modello, e imitando il suo amore sacrificale nel prenderci cura degli altri. La preghiera per le vocazioni diventa allora un’invocazione affinché il Signore susciti nel cuore di molti la disponibilità a farsi pastori secondo il suo cuore, pronti a dare la vita per il loro gregge, pronti ad avere “la mano che sente l’odore della pecora”. Buona domenica, buona festa alle mamme e a chi fa opera di mamma.

3a Domenica di Pasqua/C

Chiesa e scisma a pezzi

Gv 21,1-19

A cura di Don Eric Oswald Fanou
Nel Vangelo odierno, sei discepoli, insieme a Simone Pietro, decisero di andare a pescare. Dopo una notte di pesca infruttuosa, Gesù apparve loro e chiese di gettare la rete dalla parte destra. Rimasero sorpresi dalla quantità di pesci presi e lo riconobbero. Poi Gesù, dopo tre domande a Pietro sull’amore, gli affidò il proprio gregge. Dall’amore per il Risorto dipende l’esistenza della Chiesa.

I discepoli, dopo aver visto le prime apparizioni del Risorto, cominciano a risorgere dai dolori dei giorni precedenti, anche dalla paura dei nemici di Cristo. Pian piano nasce in loro anche il desiderio di ritornare alle proprie attività, dalle quali Gesù li aveva chiamati. Vogliono riprendere la vita di prima, là dove si era fermata dopo l’incontro con Cristo. Pietro decise di ritornare alla pesca e alcuni discepoli lo seguirono. Per loro, è bello che Gesù sia risorto, è bella la loro speranza di risorgere dai morti, ma il futuro concreto non era più chiaro con l’assenza fisica del Maestro.

Dopo la guarigione da un incubo, da un trauma, il primo atteggiamento, l’istinto umano, porta a rifuggire ciò che ha causato il dolore. I discepoli non sembravano intenzionati a proseguire, almeno insieme, l’opera di Gesù. Pietro dice: “Vado a pescare”, i discepoli di Emmaus se ne andavano, ognuno cominciava a riorganizzare la propria vita. Così Gesù moriva una seconda volta, di una morte più drammatica della prima, in quanto sarebbe svanita la memoria di Lui.

Ancora una volta Gesù viene incontro ai discepoli per ricordare loro il senso della loro chiamata, cioè fare di loro pescatori di uomini. Non proibisce loro di pescare pesci, ma tutto deve essere inserito nel progetto di Cristo di instaurare il regno di Dio, di radunare un gregge per il Padre. Uomini e donne in comunione con Cristo, e dunque in comunione tra di loro: ecco ciò che rende il Risorto ancora vivo nel mondo. Ed è questa la vera Chiesa, mistero di comunione. Lo scisma a pezzi non edifica la Chiesa. Proprio nell’attività di pesca il Risorto riconsegna il suo gregge al pescatore Pietro. Così rende l’uomo non solo cooperatore alla sua missione, ma anche cooperatore alla guida del popolo di Dio con ciò che è e con ciò che ha.

Quando Cristo viene meno nella nostra comunione, non c’è più Chiesa. In questi giorni di attesa per l’elezione di un nuovo successore di Pietro, preghiamo perché sia una persona che ama Cristo e il suo gregge. Che sia una persona libera dai condizionamenti di origine, di cultura, di potere e dei mass media, ma che sia una persona prigioniera dell’amore per Cristo. Buona domenica.

2a Domenica di Pasqua/C

La pace al deluso scettico

Gv 20, 19-31

A cura di don Eric Oswald Fanou

Ieri a Roma, è stato celebrato il funerale di Papa Francesco, grande apostolo della misericordia di Dio. In questa domenica, la Chiesa ricorda in modo particolare la Misericordia di Dio. Nel Vangelo, Gesù appare ai discepoli, dona loro la sua pace e li manda con la forza dello Spirito a portare la pace alle persone di buona volontà, come egli stesso la portò a Tommaso. Il Signore va incontro agli affamati di pace e di verità.

Nel Vangelo odierno, ciò che attira prevalentemente l’attenzione è la vicenda di Tommaso. E questo perché ci sentiamo anche noi più vicini a Tommaso nella sua fatica a credere alla testimonianza degli altri sul Risorto. Non siamo immuni dai dubbi che, purtroppo, vengono alimentati dagli esempi di incoerenza nella vita degli eminenti seguaci di Cristo: incoerenza dell’ipocrisia, ma anche l’incoerenza di vivere come se Cristo non fosse risorto, come se il sepolcro fosse la fine di tutto, come se la misericordia di Dio non fosse vera.

Nel Vangelo, Tommaso non mi pare l’unico dubbioso. Tutti erano ancora chiusi per paura, nonostante avessero sentito la testimonianza delle donne recatesi alla tomba alla prima ora dello stesso giorno. Hanno sentito probabilmente la testimonianza del discepolo amato che vide e credette. Eppure, insieme a Tommaso, molti di loro non credevano ancora. Tutti, tranne Tommaso assente, gioirono dopo aver visto le mani e il fianco del Risorto. La testimonianza degli altri non è bastata a convincere Tommaso. Era troppo bello per essere vero o era talmente deluso che non gli sembrava possibile.

Comunque, Tommaso sembra una persona sincera. Non si lascia trascinare dal pensiero di gruppo. Non fonda la propria valutazione solo su ciò che dicono gli altri. Voleva anche lui fare la propria esperienza del Risorto. Penso che sia saggio, invece di fidarsi facilmente delle chiacchiere, fare la propria esperienza delle persone che stimiamo meno o oggetto di chiacchiere, oppure almeno concedere a tali persone la presunzione caritatevole d’innocenza. Per quanto riguarda Tommaso, Gesù stesso gli venne incontro.

Nonostante il suo dubbio, Tommaso non diventa ribelle, non si allontana dalla comunità nascente. Non impone il suo dubbio agli altri, rispetta la loro fede nel Risorto. Tommaso mi sembra una persona di buona volontà, una volontà assetata della verità. A Tommaso, Gesù provvede alla sua richiesta di vedere le mani e di mettere il dito nel suo fianco. E Tommaso subito passa dal dubbio alla professione di fede. Ci si potrebbe domandare perché il Risorto non fece dono delle apparizioni anche ai sommi sacerdoti o a Pilato perché si convertissero anch’essi.

Le persone più colpite dalla morte cruenta di Gesù sono i discepoli. Le apparizioni sono per loro sorgente di pace, di riconciliazione con la fede e forza per portare avanti la testimonianza. Il racconto delle fatiche dei discepoli a credere va incontro alla nostra fatica a credere. L’obiettivo di questi racconti è di togliere ogni dubbio e fare della risurrezione una certezza, non una chiacchiera. Ora c’è tutto ciò che serve per credere. E Gesù va sempre incontro alle persone di buona volontà in cerca della verità. In Lui trovano la pace. Che il Signore ci colmi della sua pace. Buona Domenica della Misericordia.