Category Archives: Vangelo della Domenica

6ª Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

Superare la giustizia dell’antica Alleanza

Mt 5,17-37

Prima di Gesù, i farisei e gli scribi erano le due istituzioni religiose che garantivano l’ortodossia della dottrina. All’epoca avevano, per il popolo d’Israele, un’autorità e un’autorevolezza incontestabili. Gesù nasce ed eredita questo tessuto sociale e religioso: non condanna o cancella, ma chiama ad aprirsi a un rapporto più autentico con Dio e con gli altri. È proprio così che si manifesta il Regno da Lui predicato.

Per essere giusti o santi (termini spesso intercambiabili nella Bibbia), bisognava seguire la via indicata dalla Legge secondo l’interpretazione di chi deteneva il potere religioso. Era questa la fede della gente. In questo contesto, Gesù afferma la necessità di superare la giustizia di scribi e farisei, aggiungendo di voler portare la Legge al suo compimento, alla sua piena maturazione. Così facendo, Egli rivela che la Legge antica è dinamica e che in Lui tale dinamismo raggiunge la sua meta definitiva.

Per i suoi contemporanei non era una posizione facile da accettare. Per noi oggi, a distanza di anni, i limiti morali dell’antica Alliance appaiono chiari, ma sempre resta difficile accogliere la novità di Cristo: a volte cerchiamo “altre rivoluzioni” o nuovi metodi, ma il Vangelo ci ricorda che per il Regno dei Cieli tutto è compiuto in Cristo. Non ci sarà un’altra verità capace di portare la Legge a compimento al di fuori di Lui.

Per essere uomini autentici, basta rispondere al comando dell’amore di Gesù e restarvi fedeli. I cambiamenti, anche nella Chiesa, che non sono conformi allo Spirito di Cristo portano alla deriva. La misura è Cristo, non le nostre fantasie interpretative usate per sostenere idee personali a scapito della Verità. Esiste sempre il rischio di strumentalizzare il Vangelo, che invece nasce per liberare l’uomo. Superare la “santità della brava gente” è possibile solo attraverso la fiducia in Cristo e nella sua Parola. Che il Signore apra i nostri cuori alla sua novità.

Buona domenica.

Don Eric Oswald FANOU

5a domenica T. ordinario A

Rimanere sale e luce

Mt 5,13-16

Nel Vangelo odierno, Gesù propone due immagini simboliche tratte dalla realtà domestica: il sale e la luce. Paragonando i suoi discepoli a questi elementi, Egli interroga la nostra identità: cosa ne sarà di noi se dovessero venire meno il sapore o la luminosità? Con l’aiuto del Signore, dobbiamo vigilare per rimanere sale e luce.

Dobbiamo essere onesti: il cristiano che non che non nota in sé stesso un cambiamento e non porta un cambiamento nel mondo manifesta il sintomo di un rapporto sterile con Cristo. Ma c’è una deriva ancora più grave: quando il cristiano, anziché essere sale che preserva, diventa autore di zizzania; quando anziché essere luce, si fa alleato di strutture di ingiustizia. In quel momento, non siamo solo “inutili”, ma diventiamo un ostacolo al Regno di Dio.

Gesù non parla a una folla sconosciuta, ma ai suoi discepoli. Non dice loro di “sforzarsi di diventare”, ma afferma ciò che sono: “Voi siete”. Questa identità nasce dalla comunione con Lui: il contatto con Gesù genera in noi una vita che non si corrompe e non conosce tenebre.

Tuttavia, il sale non dà sapore a sé stesso e la luce non brilla per sé. Il sale si scioglie per mantenere in vita ciò in cui viene posto; la luce si dona per rischiarare il cammino degli altri. Se invece usiamo la nostra posizione per dividere o per assecondare il male, tradiamo la nostra identità cristiana.

La prospettiva di oggi è dunque un invito alla vigilanza. Dobbiamo vegliare per non perdere il sapore trovato in Cristo. Finché il sale rimane sale, non mancherà di dare sapore; finché la luce rimane luce, non mancherà di illuminare.

Chiediamo al Signore la grazia di dimorare in Lui, per essere testimoni di verità e non complici dell’oscurità. Buona domenica.

Don Eric Oswald FANOU


4a domenica T.O/A

Beatitudini per l’oggi

Mt 5,1-12a

In questa domenica ricorre la 48ª Giornata per la Vita. Le Beatitudini che abbiamo ascoltato nel Vangelo odierno sono vie e consolazioni per la costruzione di un mondo bello; esse ci insegnano a costruire spazi per una vita beata.
Ascoltando le Beatitudini, potrebbe sembrare che sia beato chi subisce passivamente la sofferenza, o che arrendersi a una fatalità dolorosa sia il modo giusto per ricevere la grazia. Al contrario, esse non sono un’apologia del dolore, ma un incoraggiamento a compiere il bene. Sono un invito a perseverare con il Signore nella costruzione di un mondo in cui regnino l’armonia e la pace.
Compiere opere buone richiede sempre un “sacrificio”, inteso come sacrum facere (rendere sacro). Tuttavia, nel cercare di compiere il bene, ci si imbatte spesso nella violenza del male, ed è qui che la fede si fa testimonianza. Le cose sacre non sono solo atti straordinari, ma prima di tutto gesti ordinari che non danneggiano gli altri e non rattristano Dio. In questo senso, lavorare per mantenere la propria famiglia e riuscire a donare una parte a chi è nel bisogno significa vivere le Beatitudini. Infatti, coloro che non trattengono egoisticamente tutto per sé sono i veri “poveri in spirito”.
Potremmo quindi declinare diversamente le Beatitudini per l’oggi:
• Beati quelli che trovano nel Signore la loro consolazione.
• Beati quelli che non umiliano gli altri, ma ne rispettano la dignità umana.
• Beati quelli che non sono sostenitori dell’ingiustizia, né di quella segreta né di quella strutturale.
• Beati quelli che credono nella misericordia di Dio e vivono come peccatori salvati.
• Beati quelli che procurano gioia e sostegno a ogni vita vulnerabile (dal grembo materno alla vecchiaia).
• Beati quelli che, nel segreto, si impegnano per un mondo più giusto e armonioso.
• Beati quelli che sanno ancora contare sull’amore di Dio in qualsiasi situazione.
• Beati quelli che sono al servizio della cultura della vita.
• Beati…………..ecc.
Buona domenica. Don Eric Oswald FANOU

3a domenica T.O/A

La luce sorge a Cafàrnao

Mt 4,12-23

Tre momenti emergono dal Vangelo di questa domenica, dedicata alla Parola: Gesù lascia Nazaret per Cafàrnao, annuncia la necessità della conversione e, infine, chiama a sé i primi discepoli. La parola chiave che fa da ponte tra questi momenti è proprio la conversione: *è dalla conversione, infatti, che nascono i discepoli.*

Cafàrnao era una città “incrocio”, un centro di affari e scambi. Lì si incontravano genti diverse e, come in ogni luogo di mercato e grande assembramento, si poteva trovare di tutto: indifferenza, virtù, ma anche vizio. Gesù sceglie di iniziare la sua predicazione proprio da lì, un luogo che manifestava un estremo bisogno di luce e di cambiamento.

Spesso abbiniamo la conversione esclusivamente al concetto di male o di peccato: pensiamo che convertirsi significhi solo rinunciare a una via sbagliata per seguire Gesù. Questo è corretto, ma la conversione è molto di più. Non basta rinunciare al male per dirsi “convertiti”. Si può fuggire il male senza mai approdare a una vera conversione cristiana; a volte, un comportamento virtuoso è semplicemente il risultato di una buona educazione o di un’etica personale.
Convertirsi a Cristo, invece, significa accettare che Egli sia la nostra unica consolazione. Significa “sposare” il Suo stile di vita, il che richiede, a volte, il coraggio di abbandonare le proprie abitudini consolidate.

La conversione non consiste sempre nel lasciare ciò che è oggettivamente cattivo, ma nel fare meglio il bene, animati dallo Spirito di Cristo. Per i primi discepoli, pescare non era un peccato: era il loro lavoro, una cosa buona. Eppure, sono stati chiamati ad adottare un altro stile di vita, impregnato della Parola del Maestro.

L’unica vera nemica che ostacola la scelta di diventare discepoli è la paura. Chiediamo che, per intercessione della Beata Vergine Maria, la luce di Cristo vinca le tenebre costruite dalle nostre paure e ci renda liberi di seguirlo. Buona domenica.

Don Eric Oswald FANOU


2a domenica T. O./A

L’Agnello che abbatte i muri dell’Io

Gv 1,29-34

La liturgia di oggi ci pone davanti alla figura di Giovanni il Battista in un atteggiamento di totale umiltà. Giovanni non trattiene nessuno per sé; non usa il suo carisma per costruire un “personaggio” o per alimentare il proprio orgoglio. Il suo dito è puntato altrove: «Ecco l’agnello di Dio». Giovanni ci insegna che la vera missione del credente è diventare trasparenza: scomparire perché l’altro, il Cristo, possa emergere. Quando l’uomo decide che il proprio “Io” è l’unica misura del mondo, non c’è più spazio per l’altro. Da qui nascono le reti conflittuali, le guerre e le incomprensioni. Gesù, l’Agnello, viene a togliere proprio questo: l’isolamento superbo dell’uomo.

L’idea di sacrificare un agnello per la remissione dei peccati non era affatto una novità per il popolo eletto. La storia d’Israele è intrisa di questo simbolo: pensiamo ai sacrifici quotidiani nel tempio, all’agnello pasquale il cui sangue salvò gli ebrei in Egitto, o alle celebrazioni del Yom Kippur, il gran giorno del perdono. Per secoli, il popolo ha cercato la pace con Dio attraverso l’offerta di un animale. Giovanni definisce Gesù come colui che toglie «il peccato» del mondo. Notiamo bene: non dice “i peccati” al plurale, ma “il peccato” al singolare. Esiste infatti una “cupola”, una radice profonda che sovrasta tutte le nostre colpe individuali: è la maledizione del distacco da Dio, la ribellione originale che ha spezzato il ponte tra Creatore e creatura.

Per ristabilire la pace, il Figlio di Dio ha fatto una scelta sconcertante: ha rinunciato alla sua posizione di uguaglianza con il Padre. Mentre noi cerchiamo di scalare posizioni per dominare, Lui è sceso per abbracciare la nostra miseria. Gesù trasforma il sacrificio dell’agnello nel tempio in un gesto d’amore definitivo. Egli costruisce il ponte della riconciliazione non con la forza, ma versando il proprio sangue. È Lui la nostra pace perché è stato capace di dire “No” a sé stesso per dire “Sì” a noi. La pace non si costruisce quando tutti pretendono di avere ragione, ma quando qualcuno ha il coraggio di fare un passo indietro.
Oggi inizia la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani. Questa coincidenza ci interroga profondamente. Perché siamo ancora divisi? Spesso le divisioni nelle nostre comunità e tra le confessioni cristiane non nascono da questioni teologiche, ma da problemi di leadership, di mancanza di umiltà, dal desiderio di prevalere. È difficile fare pace con un colpevole arrogante. Solo chi si riconosce malato accetta la cura. E noi, come cristiani, non godremo mai pienamente della riconciliazione di Cristo se non riconosciamo umilmente di esserci allontanati.

Giovanni il Battista riconosce la grandezza di Gesù; e Gesù, a sua volta, parlerà di Giovanni come del più grande tra i nati di donna. Questo è il segreto della comunione: saper apprezzare il bene nell’altro, non usare lenti che ingrandiscono solo i difetti. Chiediamo al Signore, per intercessione del Battista, la grazia di vergognarci delle nostre divisioni e il coraggio di abbassare le difese del nostro “Io”. Solo con l’umiltà potremo guarire le ferite del mondo e camminare insieme verso l’unico Agnello che ci salva. Amen.

Don Eric Oswald FANOU

Battesimo del Signore 2026

Battesimo, sacramento di comunione

Mt 3,13-17

A cura di don Eric Oswald Fanou

Nel Vangelo di questa festa, Gesù si reca al Giordano presso Giovanni Battista per ricevere il battesimo. Davanti alla resistenza del profeta, che chiedeva con umiltà un rovesciamento dei ruoli, Gesù lo invita a lasciare che il progetto di Dio si compia, ovvero ad “adempiere ogni giustizia”. Gesù si mette in fila con i peccatori per essere battezzato: in quel momento, il Padre approva e rivela il proprio Figlio al mondo presente al Giordano. Il battesimo è, dunque, un sacramento di comunione.

Molti accorrevano al Giordano colpiti dalla predica di Giovanni, che invitava alla conversione per l’imminente venuta del Messia. La gente manifestava così la decisione di cambiare vita; tra loro vi erano soprattutto peccatori pubblici e autorità religiose corrotte. Tutti coloro che si riconoscevano colpevoli di azioni che allontanano da Dio, colpiti dalle parole di Giovanni, si recavano da lui. Si trattava di una scelta libera e consapevole, non di un rito prescritto dalla legge per la semplice appartenenza a un popolo. Se così fosse stato, avremmo notato al Giordano anche Maria, Giuseppe, Zaccaria, Elisabetta e altre persone pie. Era, invece, una scelta di coscienza.

Gesù, pur non avendo alcun peccato, entra nella stessa fila dei peccatori. Giovanni, conoscendone la santità, avrebbe voluto separarlo dal gruppo per rendergli l’onore dovuto, ma non era questo il progetto di Dio. Non avrebbero compiuto ogni giustizia. Quante volte, nei nostri rapporti, la ricerca dell’onore e il culto della persona prevalgono su ciò che è giusto! Al contrario, al Giordano Gesù attesta la vicinanza di Dio a tutti coloro che il mondo ha già condannato e a chi si sente escluso dalla santità. Il Signore non si vergogna di vivere gomito a gomito con i peccatori. Noi spesso sì.

Nel battesimo cadono tutte le barriere: la separazione tra Dio e l’uomo, tra sacro e profano, tra santi e peccatori, tra poveri e ricchi. È Gesù stesso a prendere l’iniziativa di andare incontro alla debolezza umana, non per condannare, ma per manifestare la compassione di Dio e mostrare la strada per compiere ogni giustizia. Dio è giusto e misericordioso quando recupera ciò che gli appartiene, a costo di umiliarsi fino a prendere la condizione umana. L’uomo, dal canto suo, è giusto quando ritorna al Padre, suo Creatore; quando non rovina sé stesso e accetta di restare nel “contratto d’amore” che il Creatore ha impresso in lui. L’uomo è giusto quando si consegna al Padre e gli promette docilità filiale.

Ecco il significato del battesimo di Gesù: Egli non confessa un peccato, ma riafferma la sua totale docilità al Padre e la sua comunione al Suo progetto. Il battesimo non è solo rinuncia al male, ma è anche confessione di fede nella Trinità e nella Chiesa. Qui si comprende la gioia del Padre che, come ogni genitore, è felice di avere un “figlio bravo” che ha accettato la solidarietà con l’umanità per riportarla nell’amore divino.

Dal battesimo nasce un unico popolo solidale a Cristo: nasce la Chiesa, il Suo Corpo. Per questo, ogni divisione tra cristiani o all’interno delle comunità parrocchiali rappresenta una ferita profonda. Il battesimo è sacramento di comunione, non di separazione. Le divisioni esistono perché la nostra consegna a Cristo è ancora debole e perché spesso lasciamo che prevalgano le logiche di separazione che ci propone il mondo.

Chiediamo, per intercessione della Beata Vergine Maria, di lasciarci guidare dallo Spirito di comunione.
Buona festa del Battesimo del Signore.

6 Gennaio 2026

L’Epifania del Bene: cuori che creano ponti

Mt 2,1-12

A cura di Don Eric Oswald FANOU

Oggi in Italia si celebra l’Epifania del Signore. Nel Vangelo di questa solennità, i Magi, guidati da una stella, si recano alla culla del divino Bimbo per adorarlo. Udita la notizia, Erode, turbato dalla nascita di un nuovo re, chiede e ottiene conferma dai suoi dotti, esperti nelle Scritture. Infine, avvertendo le intenzioni malvagie del reggente nei confronti del Bambino, i Magi fanno ritorno ai loro paesi per un’altra strada, senza assecondare la richiesta di Erode. *Riconoscere e accogliere la luce dell’altro non toglie nulla alla propria felicità.*

Sin dal Natale siamo invitati a contemplare il mistero di Dio fatto uomo. I pastori sono accorsi per primi, facendosi testimoni dell’evento. Il brano del Vangelo di oggi ci narra poi la visita di saggi venuti da terre lontane, considerate allora alle estremità del mondo. Questi Magi non appartenevano al popolo eletto in attesa del Messia: erano considerati pagani. Tutto ciò attesta che, fin dalla nascita di Gesù, Dio ha inviato un segnale forte per farsi conoscere all’umanità intera. Egli non si rivela solo a Israele, ma a ogni uomo. Poiché Egli è vero uomo, rivela l’uomo a se stesso. Dunque, come Lui, ogni bambino che viene concepito porta con sé una stella che brilla. Quella di Gesù ha brillato subito; quelle degli altri brillano con il tempo. Ma nessuna stella brilla per se stessa: brilla per il bene di tutti. È qui che i Magi ci insegnano quella saggezza e quell’umiltà che sono mancate al re Erode.

Quando brilla la stella dell’altro, bisogna saperla riconoscere e lodare Dio. Provare gioia davanti al successo altrui è un atto di gratitudine verso il Signore, è adorazione della Fonte di ogni bene. Per Erode, invece, nessun altro re poteva sorgere senza minacciare i suoi progetti; per questo era turbato dalla nascita di un bimbo Re.
I progetti di Dio, però, seguono altre vie: Egli fa fiorire doni speciali laddove porteranno più frutto all’umanità. Tutto ciò che di bello e buono è in noi è chiamato a risplendere per gli altri e non può diventare oggetto di vanto o prepotenza. Un successo, un talento o una ricchezza che non creano ponti finiscono per isolarci, rinchiudendoci tra mura che ci rendono prigionieri della solitudine e dell’amarezza. Se troviamo la gioia nel successo altrui, non imboccheremo mai le strade della morte, fatte di invidia e malizia. Quelle strade riportano sempre al palazzo di Erode, in cerca di alleati per compiere piani distruttivi.

Che il Signore ci dia la grazia di voltare le spalle alle alleanze con il male, anche a costo di perdere affetti e amicizie apparentemente importanti. Che possiamo, come i Magi, scegliere la via della vita. Buona festa.

2a Domenica dopo Natale

Gesti di luce in un mondo ferito

Gv 1,1-18

A cura di Don Eric Oswald FANOU

Oggi, in molti paesi del mondo, si celebra l’Epifania, che qui in Italia festeggeremo il 6 gennaio. La liturgia di questa seconda domenica dopo Natale ci ripropone il Prologo di Giovanni, che abbiamo già ascoltato pochi giorni fa, nel giorno di Natale. Tutto, nel Prologo, ruota attorno al Verbo di Dio, il Logos eterno, l’unica Parola che è vita e luce del mondo. È l’unica Parola senza la quale il mondo non potrebbe sussistere. *Ogni gesto e ogni parola che dà senso al vivere è un’occasione offerta al Verbo per manifestarsi ancora nel mondo.*

La Parola, il Verbo all’origine di tutto, è bontà sussistente. Dio non dice il male, altrimenti non sarebbe più Dio; Egli dice solo il bene. Ed è proprio il Verbo la Sua benedizione ( dire bene) per il mondo. Oggi il nostro mondo è teatro di troppe scene di desolazione e tristezza: guerre ovunque, nazioni contro nazioni, concittadini contro concittadini, fratelli contro fratelli. Assistiamo alla corsa al potere assoluto, ad attacchi mortali improvvisi nelle strade e a tragedie, come quella di Crans-Montana in Svizzera.
Tutto sembra dare l’impressione che il mondo sia maledetto e che venire al mondo significhi solo andare incontro ai guai. Ma non è così.

La Parola pronunciata dal Creatore è interamente bontà. Il Vangelo sottolinea che senza questa bontà nulla è stato fatto di ciò che esiste. L’incarnazione del Verbo e la sua dimora in mezzo a noi hanno mostrato quanto sia profondo l’amore con cui la Parola (Figlio di Dio) si dona a noi. Anche Dio soffre per il male creato da una libertà senza limiti; quella libertà che ha voluto costruire il proprio palazzo senza la Parola che dona armonia a tutto. Dio soffre quando l’uomo è sotto il giogo della maledizione che si è inflitto da solo. Ma la Sua Luce continua a brillare nel buio per ricordarci che è sempre possibile seguire il chiarore che riporta all’armonia delle origini.

Anzi, anche noi è dato persino di riflettere nel mondo questa luce che dona vita. Lo facciamo attraverso quei gesti semplici che uniscono invece di dividere; attraverso quegli sguardi che danno valore all’altro invece di disprezzarlo o giudicarlo; attraverso quelle parole che spengono la violenza e che guariscono invece di uccidere. La Parola di Dio, la luce, non si riflette nelle chiacchiere: quelle chiacchiere che restano nell’ombra, che non possono venire alla luce perché esse portano semi e veleni di morte.

Amore e bontà, ecco ciò che ci è stato rivelato nel Figlio di Dio: noi ci gloriamo di essere suoi seguaci. Chiediamo che Egli ci dia la forza di essere la Sua benedizione per gli uni e gli altri, per il mondo intero. Amen. Buona domenica.

1 gennaio 2026

Maria, Madre di Dio: Onore alla maternità

Lc 2,16-21

A cura di Don Eric Oswald FANOU

Oggi la Chiesa celebra la solennità di Maria Santissima Madre di Dio. In questo giorno di Capodanno ricorre anche la 59ª Giornata Mondiale della Pace. Il Vangelo proposto per questa festa narra l’entusiasmo dei pastori dopo aver ricevuto il lieto annuncio dell’angelo. Una notizia, per loro, quasi troppo bella per essere vera; eppure non sono rimasti delusi. Il brano evangelico termina con il racconto della circoncisione e dell’imposizione del nome al fanciullo. Tutto attesta la maternità di Maria, che la Chiesa onora ricordandoci di onorare, ogni maternità.

Nella narrazione di Luca sulla nascita di Gesù, ascoltiamo oggi un brano che conferma come Maria abbia realmente partorito: è diventata Madre. A sostegno di questa notizia, l’evangelista racconta la gioia dei pastori che videro tutto esattamente come era stato loro annunciato. Maria è diventata anche lei Madre per via naturale; nella festa odierna, onoriamo dunque anche la maternità in sé.

Dio non ha scelto un modo straordinario o astratto per la nascita di Suo Figlio, l’Eterno Generato, ma ha scelto la cooperazione di una donna: Maria. Compiendo questa scelta, Egli non ha imboccato una “via necessaria”, ma la via più “conveniente” (come direbbe San Tommaso d’Aquino). Ha scelto il parto di una donna come la via più consona per la venuta al mondo del Verbo eterno. In Maria, tutta l’umanità è stata onorata e chiamata a cooperare all’opera della redenzione.

Una nascita è sempre frutto di una cooperazione tra Dio e l’umano. Celebrando la maternità della Beata Vergine Maria, la Chiesa ci ricorda di onorare non solo Colei che si è resa disponibile alla redenzione, ma anche coloro attraverso i quali siamo stati generati alla vita. I nostri genitori, e tutti coloro che esercitano nei nostri confronti una funzione materna, meritano di essere onorati. La loro disponibilità è stata fondamentale per farci venire alla luce. Non è un caso che Dio stesso ne faccia un comandamento: “Onora tuo padre e tua madre”. Questa parola divina non dice di onorare i genitori solo quando sono “bravi”. Anzi, a questo comandamento è legata una benedizione particolare. Non perdiamo queste benedizioni per nessun motivo, specialmente quando la vecchiaia o la fragilità rendono i genitori più bisognosi della nostra presenza e premura.

Anche i figli della Beata Vergine Maria sanno onorarLa non solo con le “Ave Maria”, ma con l’impegno di essere membra che evitino alla Chiesa e al mondo ferite, tristezze e vergogna, cercando invece di curare le piaghe della divisione del Corpo di Cristo e le piaghe dell’umanità. Nessuna madre è felice quando i suoi figli sono divisi; nessuna madre è felice quando i figli non si riconoscono più come fratelli e non si salutano. Nessuna madre è felice quando regna lo spirito di sospetto o quando anche uno solo dei figli non è sereno. Di queste cose soffre la Chiesa, soffrono le nostre famiglie e soffre la Beata Vergine Maria, che non smette mai di intercedere per noi.

Auguri di Buon Anno!

Santa Famiglia 2025

Essere famiglia

Mt 2,13-15.19-23

A cura di Don Eric Oswald FANOU

Oggi festeggiamo la Santa Famiglia: Gesù, Giuseppe e Maria. Il brano evangelico ci narra la fuga in Egitto e il successivo ritorno, fino allo stabilimento definitivo a Nazaret. Guardando a loro, si potrebbe quasi dire che sia stata una famiglia “sfortunata”, segnata da precarietà e pericoli. Eppure, essa ci offre un modello altissimo di responsabilità e di affidamento nel Signore. Ci insegna che non è solo la funzione biologica o naturale a farci diventare genitori, o a costituirci come famiglia; lo si diventa davvero assumendosi ogni giorno il ruolo e la responsabilità educativa e affettiva.

Fin dal concepimento, Gesù è stato motivo di grande preoccupazione per Maria e Giuseppe. La coppia ha persino rischiato la separazione, evitata solo grazie all’intervento della grazia di Dio. Al momento della sua nascita — come accadeva a tanti bambini allora e oggi — non c’era un posto adeguato per Lui. Eppure, quei genitori hanno dato il meglio di ciò che avevano. Avvertiti in sogno, sono partiti per cercare asilo in terra africana, in Egitto. Anche se allora non c’erano le barriere alle frontiere che vediamo oggi, hanno vissuto il tormento di dover lasciare in fretta la propria casa, la propria cultura e il proprio Paese, sperimentando la dura condizione di rifugiati. Anche al momento del rientro, hanno dovuto cambiare traiettoria per paura del successore di Erode, stabilendosi infine a Nazaret.

Questo è stato l’inizio di una storia che porterà questi genitori fin sotto la croce di Gesù, quando Egli sarà abbandonato dagli amici più cari e morirà giovane a causa della cattiveria umana. Apparentemente, per la Santa Famiglia le cose non sono “andate bene”. Eppure, proprio qui comprendiamo cos’è una famiglia: un legame che veglia sulla vita vulnerabile che gli è stata affidata.
La famiglia chiama a rischiare la propria serenità e ad accettare il sacrificio che ogni vita richiede. Non si appartiene a una famiglia solo per ricevere, ma anche per dare. È “di famiglia” colui che resta presente quando tutto va male, per consolare e risollevare. Essere famiglia significa sostenere il membro più vulnerabile: un membro fragile, un malato, chi attraversa difficoltà economiche o gli anziani.

Ma c’è un altro aspetto vitale: la famiglia è il luogo dove si impara l’arte del perdono. Non esiste famiglia perfetta perché non esistono persone perfette. Essere famiglia significa avere il coraggio di chiedere scusa e la generosità di donare il perdono. Senza il perdono, le ferite diventano muri; con il perdono, esse diventano feritoie da cui riparte l’amore. È il perdono reciproco che permette a una casa di non crollare sotto il peso delle incomprensioni.

Oggi preghiamo per tutti i figli, poiché non tutti hanno la fortuna di avere una famiglia unita o genitori solidi per affrontare le sfide della vita. Chiediamo che ogni famiglia in difficoltà possa diventare, sull’esempio di quella di Nazaret, un luogo di crescita serena, di misericordia e un rifugio sicuro per i propri membri. E preghiamo affinché la nostra Chiesa diventi sempre più, essa stessa, una vera famiglia. Buona festa.