Solennità delle Quarant'Ore
GIORNATE EUCARISTICHE
20-22 marzo 2026
Zona Pastorale S. Giorgio di Piano, Argelato, Bentivoglio
Chiesa di Bologna
Pellegrinaggio Vicariale al Crocifisso di Pieve di Cento
Venerdì 20 febbraio
ore 20.30: confessioni – ore 21.00: S. Messa
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Stazioni Quaresimali
(programma per tutte: ore 20.30 Confessioni – ore 21: S. Messa)
– Venerdì 27 febbraio: Gherghenzano
– Venerdì 06 marzo: Argelato
– Venerdì 13 marzo: S. Marino di Bentivoglio
– Venerdì 20 marzo: San Giorgio di Piano
– Venerdì 27 marzo: Casadio
La liturgia di oggi ci pone davanti alla figura di Giovanni il Battista in un atteggiamento di totale umiltà. Giovanni non trattiene nessuno per sé; non usa il suo carisma per costruire un “personaggio” o per alimentare il proprio orgoglio. Il suo dito è puntato altrove: «Ecco l’agnello di Dio». Giovanni ci insegna che la vera missione del credente è diventare trasparenza: scomparire perché l’altro, il Cristo, possa emergere. Quando l’uomo decide che il proprio “Io” è l’unica misura del mondo, non c’è più spazio per l’altro. Da qui nascono le reti conflittuali, le guerre e le incomprensioni. Gesù, l’Agnello, viene a togliere proprio questo: l’isolamento superbo dell’uomo.
L’idea di sacrificare un agnello per la remissione dei peccati non era affatto una novità per il popolo eletto. La storia d’Israele è intrisa di questo simbolo: pensiamo ai sacrifici quotidiani nel tempio, all’agnello pasquale il cui sangue salvò gli ebrei in Egitto, o alle celebrazioni del Yom Kippur, il gran giorno del perdono. Per secoli, il popolo ha cercato la pace con Dio attraverso l’offerta di un animale. Giovanni definisce Gesù come colui che toglie «il peccato» del mondo. Notiamo bene: non dice “i peccati” al plurale, ma “il peccato” al singolare. Esiste infatti una “cupola”, una radice profonda che sovrasta tutte le nostre colpe individuali: è la maledizione del distacco da Dio, la ribellione originale che ha spezzato il ponte tra Creatore e creatura.
Per ristabilire la pace, il Figlio di Dio ha fatto una scelta sconcertante: ha rinunciato alla sua posizione di uguaglianza con il Padre. Mentre noi cerchiamo di scalare posizioni per dominare, Lui è sceso per abbracciare la nostra miseria. Gesù trasforma il sacrificio dell’agnello nel tempio in un gesto d’amore definitivo. Egli costruisce il ponte della riconciliazione non con la forza, ma versando il proprio sangue. È Lui la nostra pace perché è stato capace di dire “No” a sé stesso per dire “Sì” a noi. La pace non si costruisce quando tutti pretendono di avere ragione, ma quando qualcuno ha il coraggio di fare un passo indietro.
Oggi inizia la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani. Questa coincidenza ci interroga profondamente. Perché siamo ancora divisi? Spesso le divisioni nelle nostre comunità e tra le confessioni cristiane non nascono da questioni teologiche, ma da problemi di leadership, di mancanza di umiltà, dal desiderio di prevalere. È difficile fare pace con un colpevole arrogante. Solo chi si riconosce malato accetta la cura. E noi, come cristiani, non godremo mai pienamente della riconciliazione di Cristo se non riconosciamo umilmente di esserci allontanati.
Giovanni il Battista riconosce la grandezza di Gesù; e Gesù, a sua volta, parlerà di Giovanni come del più grande tra i nati di donna. Questo è il segreto della comunione: saper apprezzare il bene nell’altro, non usare lenti che ingrandiscono solo i difetti. Chiediamo al Signore, per intercessione del Battista, la grazia di vergognarci delle nostre divisioni e il coraggio di abbassare le difese del nostro “Io”. Solo con l’umiltà potremo guarire le ferite del mondo e camminare insieme verso l’unico Agnello che ci salva. Amen.
Don Eric Oswald FANOU

Con il patrocinio della Chiesa di Bologna, dell’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri della Provincia di Bologna e dell’Ordine degli Psicologi dell’Emilia Romagna
L’OASER (Ordine degli Assistenti Sociali della regione Emilia Romagna) ha accreditato l’evento con 4 crediti formativi (solo per gli assistenti sociali iscritti all’Ordine dell’Emilia Romagna)
Il programma completo nel
Celebrazioni
Spettacoli musicali
Intrattenimento
Stand gastronomici (ristorante, fritti e senza glutine)
Incontri
Mostre
Pesca di beneficenza
Espositori
In allegato
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A cura di don Eric Oswald Fanou
Nel Vangelo di questa domenica, la parabola dell’amministratore disonesto, tratta dal Vangelo di Luca (16,1-13), è una delle lezioni più sconcertanti di Gesù. Non loda la disonestà, ma ci invita a riflettere sulla natura della fiducia, sulla gestione delle nostre vite e sulla nostra lungimiranza di fronte all’eternità. La parabola è una storia di tradimento, ma anche un appello all’azione.
L’uomo ricco aveva affidato l’amministrazione dei suoi beni a un gestore che ha abusato della sua posizione. I reclami dei debitori, che forse si erano trovati di fronte a un aumento dei prezzi per il profitto dell’amministratore, rivelano una profonda ingiustizia. Non si tratta solo di un furto, ma di un tradimento della fiducia del padrone e di un allontanamento dei clienti.
Questa situazione ci interpella direttamente. Nella nostra vita, Dio ci ha affidato un’immensa ricchezza: la nostra esistenza, il nostro tempo, i nostri talenti e tutte le nostre risorse. Il più grande tradimento della fiducia nei confronti del Signore è gestire questa vita come se ci appartenesse, come se fossimo i nostri “padroni”. Un’eccessiva preoccupazione per sé stessi, che dimentica di rendere grazie, è un abuso di questa fiducia divina. Siamo amministratori, non proprietari.
Quando l’amministratore viene denunciato, la sua reazione è sorprendente: non fugge, agisce. Usa il suo potere residuo per farsi degli amici annullando una parte dei debiti del suo padrone. È la saggezza di questo gesto che viene lodata dall’uomo ricco, e non la sua disonestà. L’amministratore ha capito che la sua posizione era temporanea. Ha agito con una determinazione e un’urgenza che forse non avrebbe avuto se avesse creduto che il suo potere fosse eterno.
L’amministratore ha compreso di essere un “povero amministratore” la cui gestione poteva essergli tolta in qualsiasi momento. Ha quindi usato le ricchezze passeggere per prepararsi un futuro. La lezione è chiara: se un uomo senza fede è capace di tanta lungimiranza per il suo futuro terreno, quanto più non dovremmo noi dimostrare la stessa saggezza per il nostro futuro spirituale?
Gesù ci esorta a farci amici con le “ricchezze ingiuste” o “il denaro corrotto”. Il Signore non ci invita a essere disonesti, ma a usare i beni di questo mondo — il nostro tempo, i nostri soldi, le nostre competenze — per opere di bene e di carità. Gli amici che ci facciamo aiutando i poveri, gli emarginati o dimostrando misericordia, sono quelli che, quando la nostra vita terrena giungerà al termine, potranno accoglierci nel Regno eterno.
Infine, la parabola ci ricorda che tutto ci è affidato da Dio. L’unica gestione veramente saggia è quella che riconosce la natura effimera di questo mondo e che orienta tutte le nostre azioni verso l’eterno. Dobbiamo essere amministratori fedeli e saggi, non per il nostro tornaconto, ma per servire il Signore e i nostri fratelli, poiché è così che costruiamo il nostro posto nella casa del Padre. Che Egli ce ne dia la forza. Amen.
A cura di don Eric Oswald Fanou
L’odierno Vangelo di Luca (11,1-13) ci immerge in un momento intimo e profondo: gli apostoli chiedono a Gesù di insegnare loro a pregare. Non si tratta di una curiosità passeggera, ma di un desiderio autentico di entrare più a fondo nel mistero della relazione con Dio, avendolo visto pregare e riconoscendo in lui una connessione unica con il Padre. Gesù risponde donandoci una gemma preziosa: il Padre Nostro, la preghiera per eccellenza, e poi la parabola dell’amico importuno. Si capisce che la preghiera è dialogo nella continua fiducia.
La richiesta degli apostoli ci ricorda che la preghiera non è un semplice monologo, una lista di richieste da presentare a un Dio lontano. È prima di tutto un dialogo. Un dialogo che nasce dal desiderio di stare con Colui che ci ha creati e ci ama immensamente. È un mettersi in ascolto, un aprire il cuore, un condividere le gioie e le fatiche della nostra vita. Ma è anche e soprattutto un atto di fiducia. Quando preghiamo, noi ci affidiamo completamente a Dio. Riconosciamo la nostra piccolezza e la Sua grandezza, la nostra limitatezza e la Sua onnipotenza. E lo facciamo con la certezza che Egli ascolta, che Egli si prende cura di noi, e che la Sua risposta, anche se non sempre quella che ci aspettiamo, sarà sempre per il nostro vero bene.
La parabola dell’amico importuno, che bussa a mezzanotte con insistenza, sottolinea proprio questo: l’importanza di una preghiera perseverante, fiduciosa, che non si arrende di fronte al silenzio apparente, ma che confida nella bontà di Dio, infinitamente più grande di quella di qualsiasi amico terreno. Se un amico, pur riluttante, cede all’insistenza, quanto più il Padre Celeste esaudirà i suoi figli che lo cercano con cuore sincero!
E qui veniamo al cuore dell’insegnamento di Gesù: chiamare Dio “Padre”. Questa parola non è un titolo formale, è una rivelazione profonda. Chiamare Dio Padre significa riconoscere la nostra figliolanza divina, il nostro legame intimo e indissolubile con Lui. Ma se Dio è Padre di tutti, allora siamo chiamati a riconoscere di essere fratelli e sorelle di tutte le altre creature. Questo include, sì, l’intera famiglia umana, al di là di ogni differenza di etnia, cultura o religione. Siamo tutti figli dello stesso Padre, e questo ci impegna a costruire ponti, a superare divisioni, a vivere la carità e la solidarietà reciproca. E non solo. Questa paternità divina si estende a tutta la creazione. Chiamare Dio Padre ci porta a comprendere che siamo parte di un’unica grande famiglia che comprende anche le creature animali e vegetali, l’intero cosmo. Siamo custodi, non padroni, di questa meravigliosa casa comune. Riconoscere Dio come Padre ci spinge a guardare con rispetto e amore a ogni forma di vita, a prenderci cura del creato che ci è stato affidato, a vivere in armonia con esso, riconoscendo in ogni creatura un riflesso della bontà del nostro Creatore.
La preghiera, dunque, non è un atto isolato, ma un modo di stare nel mondo, una lente attraverso cui guardare la realtà. Pregare è dialogare con Dio, è fidarsi ciecamente di Lui, ed è riconoscere che la nostra famiglia è infinitamente più grande di quanto possiamo immaginare, abbracciando ogni essere vivente. Che la nostra preghiera diventi sempre più autentica, nutrita dalla fiducia e animata da questo profondo senso di fraternità universale.
Questa condivisione si ferma per motivi di ferie. Riprendiamo in settembre a Dio piacendo. Buona domenica. Buone ferie.
A cura di Don Eric Oswald Fanou
Il Vangelo di questa domenica ci introduce in una scena familiare che vede protagonisti Gesù e due sorelle, Marta e Maria. Mentre Marta, la sorella maggiore, si affannava per offrire a Gesù la migliore accoglienza possibile, Maria, seduta ai piedi del Signore, si dedicava all’ascolto della Sua parola. Vedendo ciò, Marta manifesta il suo disappunto, interpellando direttamente Gesù, quasi rimproverando la sua apparente indifferenza. La risposta di Gesù è un insegnamento profondo sulla necessità di saper considerare non solo i propri bisogni, ma anche quelli degli altri.
Gesù, distaccatosi dai suoi discepoli, entra nella casa di Marta e Maria, un luogo che sembra essergli molto familiare. Il racconto non menziona la compagnia di Gesù – i discepoli che erano in cammino con Lui – perché l’attenzione si concentra su un episodio particolare avvenuto durante la sua accoglienza. Marta era assorta in molteplici servizi, mentre sua sorella Maria, seduta ai piedi di Gesù, lo ascoltava attentamente. Il comportamento di Maria infastidisce Marta, che interpella la coscienza di Gesù, il quale, ai suoi occhi, era pur sempre un maestro religioso. A questa interpellanza, Gesù sembra prendere le parti di Maria, affermando che ella “ha scelto la parte migliore”. Certamente, Gesù non ha condannato Marta; anzi, Egli non condanna nessuno, non guarda nessuno con il peso dei suoi errori. Ma in Marta è scaturito un dolore profondo. Un dolore dovuto al fatto che Maria non si è mostrata sensibile al suo bisogno di essere aiutata. Questo sentimento si esprime nel rimprovero rivolto a Gesù stesso: “Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti!”. Invece di esprimere il suo bisogno in modo sereno, Marta esterna la “violenza” scaturita in lei. Era diventata agitata, non si possedeva più. Essere agitata in questo modo non è certo opera dello Spirito Santo, e Gesù glielo fa notare con delicatezza: “Ti affanni e ti agiti per molte cose”.
Marta, nel suo dolore, ha smesso di considerare il bisogno dell’ospite, Gesù: il bisogno di avere compagnia in attesa del pasto, il bisogno di un momento di quiete e condivisione. Marta ha messo al primo posto il proprio bisogno, dimenticando quello dell’altro. In situazioni di disagio, anche quando siamo convinti di avere ragione, per avere una visione equilibrata è fondamentale considerare anche i bisogni degli altri. A volte non riusciamo a esprimere ciò che ci manca e a chiedere umilmente aiuto. E così, sprechiamo le nostre energie puntando il dito su ciò che riteniamo sia la mancanza degli altri, causa della nostra infelicità.
La “parte migliore” di Maria, lungi dal trascurare la sorella, è stata l’essere quel “sale” che, se fosse mancato, avrebbe reso meno autentica e bella l’ospitalità di Gesù, in una cultura dove l’accoglienza è sacra. La parte migliore è accogliere la serenità che il Signore porta nei nostri cuori e nelle nostre dimore. Dio non porta agitazioni, ma serenità, anche nelle prove più difficili.
Che questa Eucaristia sia per noi un sollievo nei dolori e negli affanni. Buona domenica.
A cura di don Eric Oswald Fanou
Il Vangelo di questa domenica racconta un dialogo tra Gesù e un malizioso dottore della Legge. Quest’ultimo voleva sapere ciò che deve fare per meritare la vita eterna. Volendo sempre trovare un motivo di accusare Gesù, Gli chiese di chiarire la nozione del prossimo. Gesù con la parabola del buon Samaritano invita il dottore della legge a coltivare la bontà di cuore. La legge senza la compassione uccide.
Gesù non si limita a definire il prossimo, ma lo incarna. Il Samaritano, un estraneo, addirittura un nemico secondo la mentalità comune, è colui che vede il bisogno, si commuove e agisce. Non chiede chi sia l’uomo ferito, quale sia la sua religione o la sua provenienza. Vede solo un essere umano in difficoltà e si fa prossimo. Questo è il cuore del messaggio: non è questione di definizioni legali o cavilli teologici, ma di una disponibilità interiore a vedere e a servire chiunque incontriamo nel bisogno.
È importante sottolineare che la domanda del dottore della Legge non era mossa tanto dalla preoccupazione di ereditare la vita eterna, quanto dal desiderio di mettere alla prova Gesù, di trovare un pretesto per sconfessarlo e screditare il suo insegnamento. Questo rende ancora più potente la risposta di Gesù, che non cade nella trappola ma eleva il discorso a un livello superiore, quello della compassione.
I Samaritani, all’epoca, erano considerati degli eretici, separati dal popolo ebraico e disprezzati. Eppure, è proprio un Samaritano a mostrare la vera carità. Il sacerdote e il levita, figure religiose rispettate, passano oltre. Forse, come suggerito, non potevano toccare un morto o il sangue per non incorrere in impurità rituale. Potrebbe darsi che abbiano osservato la legge alla lettera, ma nel farlo, hanno perso di vista il cuore della legge stessa: l’amore.
Gesù ci invita proprio a uscire dalla “legge per legge”, da un’osservanza sterile che non è animata dal cuore. Quanto ci piace stare con persone che hanno un cuore buono, un “cuore d’oro”! Si dice di loro che sono persone buone, e il Samaritano ha mostrato proprio un cuore compassionevole. Siamo invitati a diventare noi stessi un cuore compassionevole, come per fare un esempio, quelle persone che, rischiando la propria vita, nascondevano gli ebrei dalla cattiveria nazista, dimostrando un’umanità straordinaria. Il cuore che non si commuove davanti alla sofferenza sta morendo. Verso di noi Dio è infinitamente compassionevole, e in noi vuole continuare a manifestare la sua compassione, rendendoci strumenti del suo amore nel mondo. Che lo Spirito ci illumini alla comprensione della compassione di Dio.