La liturgia di oggi ci pone davanti alla figura di Giovanni il Battista in un atteggiamento di totale umiltà. Giovanni non trattiene nessuno per sé; non usa il suo carisma per costruire un “personaggio” o per alimentare il proprio orgoglio. Il suo dito è puntato altrove: «Ecco l’agnello di Dio». Giovanni ci insegna che la vera missione del credente è diventare trasparenza: scomparire perché l’altro, il Cristo, possa emergere. Quando l’uomo decide che il proprio “Io” è l’unica misura del mondo, non c’è più spazio per l’altro. Da qui nascono le reti conflittuali, le guerre e le incomprensioni. Gesù, l’Agnello, viene a togliere proprio questo: l’isolamento superbo dell’uomo.
L’idea di sacrificare un agnello per la remissione dei peccati non era affatto una novità per il popolo eletto. La storia d’Israele è intrisa di questo simbolo: pensiamo ai sacrifici quotidiani nel tempio, all’agnello pasquale il cui sangue salvò gli ebrei in Egitto, o alle celebrazioni del Yom Kippur, il gran giorno del perdono. Per secoli, il popolo ha cercato la pace con Dio attraverso l’offerta di un animale. Giovanni definisce Gesù come colui che toglie «il peccato» del mondo. Notiamo bene: non dice “i peccati” al plurale, ma “il peccato” al singolare. Esiste infatti una “cupola”, una radice profonda che sovrasta tutte le nostre colpe individuali: è la maledizione del distacco da Dio, la ribellione originale che ha spezzato il ponte tra Creatore e creatura.
Per ristabilire la pace, il Figlio di Dio ha fatto una scelta sconcertante: ha rinunciato alla sua posizione di uguaglianza con il Padre. Mentre noi cerchiamo di scalare posizioni per dominare, Lui è sceso per abbracciare la nostra miseria. Gesù trasforma il sacrificio dell’agnello nel tempio in un gesto d’amore definitivo. Egli costruisce il ponte della riconciliazione non con la forza, ma versando il proprio sangue. È Lui la nostra pace perché è stato capace di dire “No” a sé stesso per dire “Sì” a noi. La pace non si costruisce quando tutti pretendono di avere ragione, ma quando qualcuno ha il coraggio di fare un passo indietro.
Oggi inizia la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani. Questa coincidenza ci interroga profondamente. Perché siamo ancora divisi? Spesso le divisioni nelle nostre comunità e tra le confessioni cristiane non nascono da questioni teologiche, ma da problemi di leadership, di mancanza di umiltà, dal desiderio di prevalere. È difficile fare pace con un colpevole arrogante. Solo chi si riconosce malato accetta la cura. E noi, come cristiani, non godremo mai pienamente della riconciliazione di Cristo se non riconosciamo umilmente di esserci allontanati.
Giovanni il Battista riconosce la grandezza di Gesù; e Gesù, a sua volta, parlerà di Giovanni come del più grande tra i nati di donna. Questo è il segreto della comunione: saper apprezzare il bene nell’altro, non usare lenti che ingrandiscono solo i difetti. Chiediamo al Signore, per intercessione del Battista, la grazia di vergognarci delle nostre divisioni e il coraggio di abbassare le difese del nostro “Io”. Solo con l’umiltà potremo guarire le ferite del mondo e camminare insieme verso l’unico Agnello che ci salva. Amen.
Don Eric Oswald FANOU

