A cura di Don Eric Oswald FANOU.
C’è un punto nel racconto della Trasfigurazione che può lasciare perplessi. Gesù ha elevato i discepoli alla contemplazione della sua gloria; essi hanno visto i grandi giusti del passato, Mosè ed Elia; hanno persino udito la voce del Padre sprigionarsi dalla nube. Eppure, il Vangelo ci dice che i discepoli «furono presi da grande timore». In un contesto di così tanta luce, sembrerebbe che la paura non debba trovare posto. Questa paura rivela la morte necessaria per vedere la gloria di Dio.
Nel brano di oggi, è Gesù a prendere l’iniziativa, conducendo Pietro, Giacomo e Giovanni sulla montagna. Tra Lui e loro c’era già un legame: un rapporto tra Maestro e discepoli fondato sulla fiducia. Essi non erano testimoni casuali, colpiti da un miracolo improvviso per convertirsi un istante dopo. La loro situazione è simile a quella di chi oggi inizia un percorso di iniziazione cristiana o prova simpatia per la fede: a tutti è chiesto di fare l’esperienza della “salita”, perché il Signore non smette mai di farsi conoscere. Ancora oggi, quella Voce risuona nei nostri cuori per invitarci ad ascoltare il Figlio amato.
Tuttavia, il vero nemico dell’ascolto è l’idea del pericolo, il timore che la Parola di Dio possa in qualche modo “danneggiarci” o toglierci qualcosa. Provare un timore gelante davanti alla gloria di Dio può sembrare incompatibile con la fede. Verrebbe da parlare di “stupore” o “meraviglia”, ma il testo greco usa proprio il termine phobia: paura.
Perché questa paura? Perché la paura evoca il pericolo, la perdita, la morte. E questo ci rivela una verità profonda: per vedere la gloria di Dio, i discepoli devono attraversare un’esperienza di morte. La salita con Gesù porta a morire all’”io padrone”, a quell’io che vuole il controllo totale della vita, per lasciar emergere l’”Io figlio di Dio” — un io che si abbandona al Padre con l’aiuto dello Spirito Santo.
Solo morendo alla nostra pretesa di gestire la luce, possiamo essere illuminati dalla Luce di Dio.
Buona domenica.

