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16ma Domenica del Tempo Ordinario /C

Ospitalità del Signore e serenità

Lc 10,38-42

A cura di Don Eric Oswald Fanou
Il Vangelo di questa domenica ci introduce in una scena familiare che vede protagonisti Gesù e due sorelle, Marta e Maria. Mentre Marta, la sorella maggiore, si affannava per offrire a Gesù la migliore accoglienza possibile, Maria, seduta ai piedi del Signore, si dedicava all’ascolto della Sua parola. Vedendo ciò, Marta manifesta il suo disappunto, interpellando direttamente Gesù, quasi rimproverando la sua apparente indifferenza. La risposta di Gesù è un insegnamento profondo sulla necessità di saper considerare non solo i propri bisogni, ma anche quelli degli altri.
Gesù, distaccatosi dai suoi discepoli, entra nella casa di Marta e Maria, un luogo che sembra essergli molto familiare. Il racconto non menziona la compagnia di Gesù – i discepoli che erano in cammino con Lui – perché l’attenzione si concentra su un episodio particolare avvenuto durante la sua accoglienza. Marta era assorta in molteplici servizi, mentre sua sorella Maria, seduta ai piedi di Gesù, lo ascoltava attentamente. Il comportamento di Maria infastidisce Marta, che interpella la coscienza di Gesù, il quale, ai suoi occhi, era pur sempre un maestro religioso. A questa interpellanza, Gesù sembra prendere le parti di Maria, affermando che ella “ha scelto la parte migliore”. Certamente, Gesù non ha condannato Marta; anzi, Egli non condanna nessuno, non guarda nessuno con il peso dei suoi errori. Ma in Marta è scaturito un dolore profondo. Un dolore dovuto al fatto che Maria non si è mostrata sensibile al suo bisogno di essere aiutata. Questo sentimento si esprime nel rimprovero rivolto a Gesù stesso: “Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti!”. Invece di esprimere il suo bisogno in modo sereno, Marta esterna la “violenza” scaturita in lei. Era diventata agitata, non si possedeva più. Essere agitata in questo modo non è certo opera dello Spirito Santo, e Gesù glielo fa notare con delicatezza: “Ti affanni e ti agiti per molte cose”.
Marta, nel suo dolore, ha smesso di considerare il bisogno dell’ospite, Gesù: il bisogno di avere compagnia in attesa del pasto, il bisogno di un momento di quiete e condivisione. Marta ha messo al primo posto il proprio bisogno, dimenticando quello dell’altro. In situazioni di disagio, anche quando siamo convinti di avere ragione, per avere una visione equilibrata è fondamentale considerare anche i bisogni degli altri. A volte non riusciamo a esprimere ciò che ci manca e a chiedere umilmente aiuto. E così, sprechiamo le nostre energie puntando il dito su ciò che riteniamo sia la mancanza degli altri, causa della nostra infelicità.
La “parte migliore” di Maria, lungi dal trascurare la sorella, è stata l’essere quel “sale” che, se fosse mancato, avrebbe reso meno autentica e bella l’ospitalità di Gesù, in una cultura dove l’accoglienza è sacra. La parte migliore è accogliere la serenità che il Signore porta nei nostri cuori e nelle nostre dimore. Dio non porta agitazioni, ma serenità, anche nelle prove più difficili.
Che questa Eucaristia sia per noi un sollievo nei dolori e negli affanni. Buona domenica.

15 domenica del Tempo Ordinario /C

Uomo dal cuore d’oro

Lc 10,25-37

A cura di don Eric Oswald Fanou
Il Vangelo di questa domenica racconta un dialogo tra Gesù e un malizioso dottore della Legge. Quest’ultimo voleva sapere ciò che deve fare per meritare la vita eterna. Volendo sempre trovare un motivo di accusare Gesù, Gli chiese di chiarire la nozione del prossimo. Gesù con la parabola del buon Samaritano invita il dottore della legge a coltivare la bontà di cuore. La legge senza la compassione uccide.
Gesù non si limita a definire il prossimo, ma lo incarna. Il Samaritano, un estraneo, addirittura un nemico secondo la mentalità comune, è colui che vede il bisogno, si commuove e agisce. Non chiede chi sia l’uomo ferito, quale sia la sua religione o la sua provenienza. Vede solo un essere umano in difficoltà e si fa prossimo. Questo è il cuore del messaggio: non è questione di definizioni legali o cavilli teologici, ma di una disponibilità interiore a vedere e a servire chiunque incontriamo nel bisogno.
È importante sottolineare che la domanda del dottore della Legge non era mossa tanto dalla preoccupazione di ereditare la vita eterna, quanto dal desiderio di mettere alla prova Gesù, di trovare un pretesto per sconfessarlo e screditare il suo insegnamento. Questo rende ancora più potente la risposta di Gesù, che non cade nella trappola ma eleva il discorso a un livello superiore, quello della compassione.
I Samaritani, all’epoca, erano considerati degli eretici, separati dal popolo ebraico e disprezzati. Eppure, è proprio un Samaritano a mostrare la vera carità. Il sacerdote e il levita, figure religiose rispettate, passano oltre. Forse, come suggerito, non potevano toccare un morto o il sangue per non incorrere in impurità rituale. Potrebbe darsi che abbiano osservato la legge alla lettera, ma nel farlo, hanno perso di vista il cuore della legge stessa: l’amore.
Gesù ci invita proprio a uscire dalla “legge per legge”, da un’osservanza sterile che non è animata dal cuore. Quanto ci piace stare con persone che hanno un cuore buono, un “cuore d’oro”! Si dice di loro che sono persone buone, e il Samaritano ha mostrato proprio un cuore compassionevole. Siamo invitati a diventare noi stessi un cuore compassionevole, come per fare un esempio, quelle persone che, rischiando la propria vita, nascondevano gli ebrei dalla cattiveria nazista, dimostrando un’umanità straordinaria. Il cuore che non si commuove davanti alla sofferenza sta morendo. Verso di noi Dio è infinitamente compassionevole, e in noi vuole continuare a manifestare la sua compassione, rendendoci strumenti del suo amore nel mondo. Che lo Spirito ci illumini alla comprensione della compassione di Dio.

14a Domenica del Tempo Ordinario /C

La Messe della Salvezza

Lc 10,1-12.17-20

A cura di don Eric Oswald Fanou
Nel Vangelo di questa domenica, Gesù invia altri settantadue dei suoi discepoli alla ricerca di nuovi operai per la sua messe. Le indicazioni per questa missione sono chiare: la preghiera, la fiducia nella provvidenza, il portare la pace, il rispetto della libertà individuale e la gioia di essere già operai della messe. Alla sua messe, il Signore non offre altro che sé stesso. È per questo che, alla messe del Signore, gli operai saranno sempre pochi.
Nel contesto della vita contadina, l’immagine della messe, specialmente quando è abbondante oltre le aspettative, evoca un momento di impegno gioioso. Non è così, però, al momento della semina. Il Salmo 125, infatti, recita: “Nell’andare, se ne va piangendo, portando la semente da gettare, ma nel tornare, viene con gioia, portando i suoi covoni” (Sal 125,6). La messe è il tempo della raccolta. In Gesù, il tempo è maturato per la nostra piena salvezza; è Lui la pienezza del tempo (cfr. Gal 4,6). Egli chiama tutti a prendere parte alla gioia della salvezza.
Per radunare i popoli alla messe della salvezza, il Signore non si stanca mai. “La gloria di Dio è l’uomo vivente”, afferma Sant’Ireneo. La sua gloria consiste nel liberare l’uomo da tutto ciò che gli sottrae la pace. Nel Vangelo, manda i settantadue discepoli in tutto il mondo. Alcuni vedono nel numero 72 proprio il desiderio di raggiungere l’universo intero. Come viene detto a questi discepoli (rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli), anche noi dovremmo essere felici e ringraziare Dio per aver compreso e accolto la sua salvezza. E con il suo aiuto, andiamo cercare coloro che sono ancora lontani.
In questo impegno missionario, non serve altro che comunicare la gioia della riconciliazione di Dio con l’uomo in Cristo. L’Apostolo afferma che Cristo è la nostra pace. Ecco la pace da portare, senza alcuna imposizione che questa pace debba essere accettata, ma rispettando la libertà di coloro che non sono ancora pronti per la messe del Signore. Che il Signore ci conceda la grazia di accogliere la sua pace e di contagiare il mondo con la sua pace che dimora in noi. Buona domenica!

Santi Pietro e Paolo /2025

Dalla Fede Apostolica alla Comunione Ecclesiale

Mt 16,13-19

A cura di don Eric Oswald Fanou
Ogni 29 giugno, la Chiesa celebra la solennità di due apostoli a cui il Signore ha donato la grazia di assumere un ruolo particolarmente determinante per la Chiesa e per la sua diffusione nel mondo: Pietro e Paolo. Nel Vangelo odierno, dopo aver ascoltato il parere della gente sulla propria identità e la successiva confessione di fede degli Apostoli, Gesù promette di edificare la sua Chiesa, una Chiesa che resisterà agli assalti delle potenze degli inferi. A Pietro, Gesù diede le chiavi del regno di Dio e il potere di legare e di sciogliere in Cielo e in terra. La fede apostolica è il fondamento della Chiesa di Cristo.
La Chiesa nasce dalla comunione di coloro che credono che Gesù sia il centro e il Signore della loro vita. Gli apostoli riconoscono Gesù, come lasciano intendere per bocca del loro portavoce Pietro, come il Figlio del Dio vivente, cioè il Messia. Una confessione di fede, all’epoca, rivoluzionaria per un ebreo. La prima manifestazione della comunione ecclesiale è il collegio degli Apostoli attorno a Gesù. Questa comunione apostolica ha continuato ad allargarsi fino all’ascensione del Signore Gesù al Cielo. Dalla comunione apostolica attorno al Risorto e dalla loro testimonianza, a partire dalla Pentecoste, nasce una comunità più ampia di credenti in Gesù Risorto. Pertanto, il primo evento della Chiesa è la comunione apostolica, ed è questa il fondamento della Chiesa stessa.
La nostra fede è fondamentalmente basata sulla fede degli Apostoli, cioè di coloro che hanno visto Cristo risorto. Essa è nata dalla testimonianza che essi diedero del Risorto. La loro testimonianza è una forma di mediazione che ci collega a Cristo. Chi, ascoltando la testimonianza degli Apostoli, consegna la propria vita a Cristo, è membro dell’unica Chiesa di Cristo, che non è limitata al numero statistico dei cattolici. I membri della Chiesa di Cristo sono sparsi ovunque si crede in Cristo, Figlio del Dio vivente e Salvatore del mondo. Direi, magari esagerando un po’, che ci sono dei non-cattolici che sono cattolici senza saperlo, perché la cattolicità porta in sé l’universalità.
Preghiamo in modo particolare per Papà Leone XIV e per i vescovi, che hanno la missione di vegliare e attualizzare lo spirito della fede apostolica. Preghiamo affinché possiamo continuare a credere che le potenze delle tenebre non prevarranno mai sulla Chiesa di Cristo.

Corpus Domini /C

Eucaristia: Cristo al nostro servizio

Lc 9,11b-17

A cura di don Eric Oswald Fanou

Nel Vangelo di oggi, in occasione della festa del Corpus Domini, Gesù insegnava alla folla e compiva miracoli di guarigione. Al tramonto, non avendo nulla da offrire da mangiare, i discepoli suggerirono di congedare la folla affinché andasse a cercare cibo altrove, fuori dal deserto. Invece, Gesù prese i cinque pani e i due pesci che i discepoli ritenevano insignificanti per sfamare così tante persone. Poi, li sorprese con un miracolo che soddisfò abbondantemente un bisogno di cibo che la folla non aveva nemmeno ancora espresso. Così, anche l’Eucaristia è il sommo sacramento attraverso il quale Cristo si mette al nostro servizio.

La pagina evangelica proposta per questa festa del Corpus Domini è caratterizzata da due momenti distinti: il primo è l’insegnamento sul Regno dei Cieli e la guarigione; il secondo, la moltiplicazione dei pani e dei pesci per nutrire la folla. Entrambi questi momenti si svolgono sotto il controllo diretto di Gesù. Egli non manda via la folla ad arrangiarsi, dopo averla istruita con tanta parola, come suggerivano i suoi discepoli, già disperati dalla situazione caotica che prevedevano con la mancanza di cibo. Gesù, al contrario, provvede al loro bisogno esistenziale. La salvezza cristiana non è solo soprannaturale, è una salvezza integrale. È l’uomo intero, nella vita esistenziale e nel suo cammino verso il Regno. L’Eucaristia non è sconnessa dalla nostra vita quotidiana.

Ogni celebrazione eucaristica è composta da due momenti principali: la Liturgia della Parola e la Liturgia Eucaristica. Nella Liturgia della Parola, il Signore opera il miracolo della guarigione in quello slancio di fede che nasce nel cuore dopo l’ascolto della Parola, proprio quando affidiamo la nostra vita alla cura di Dio, trovando espressione nel rinnovamento del nostro Credo. Nella seconda parte, la Liturgia Eucaristica, portiamo nel simbolo del pane le nostre gioie, le nostre speranze, le fatiche nel fare il bene e persino le ferite derivanti dall’amore mal vissuto. Gesù, unito a noi, presenta tutto questo al Padre. Per questo motivo, l’Eucaristia è un sommo sacrificio, poiché il Padre vede in essa il sacrificio perfetto del Figlio. Successivamente, manifestiamo la nostra adesione a questo sacrificio perfetto attraverso la comunione e il nostro “Amen”, affinché la nostra vita si unisca a quella di Cristo e diventi anch’essa condivisione per gli altri.

Così, Cristo, unito a noi, ci guarisce e ci dona la forza di progredire nel bene, nel mondo e nei nostri rispettivi impegni. Chi salta la Messa senza un motivo di forza maggiore, più che commettere un peccato, perde grandi occasioni di grazia. È vero, fare la comunione non è l’unico modo per essere serviti da Cristo; Egli bussa a tutte le porte. Chi non fa la comunione non è per questo condannato all’inferno. La comunione è un sommo mezzo della grazia di Dio, ma la vita di carità rimane la sua alta manifestazione. Dove la carità si manifesta perfettamente, lì Cristo è all’opera. Non basta essere visibilmente in regola con i sacramenti per essere in comunione con Cristo. Ma la comunione con Cristo, la fiducia in Lui, porta a vivere meglio la carità. Infine, la celebrazione eucaristica non è solo per i cristiani “in regola”, è per tutti, tutti quelli che si riconoscono bisognosi della cura di Cristo. Credo che anche per coloro che non fanno la comunione perché è venuta meno la regola dei sacramenti, il Signore che vede il cuore sa il miracolo che sfama la loro fame. Ringraziamo il Signore per il dono del sacramento del suo Corpo e Sangue.

Buona festa del Corpus Domini!

Domenica 22 giugno 2025

CORPUS DOMINI

Celebrazioni con solenne processione per le vie del paese

Ore 7.45 Celebrazione della S. Messa presso il Centro Sociale Falcone Borsellino
A seguire, processione alla Chiesa, per la Vie: Fosse Ardeatine, Boves, Cassino, Giovanni XXIII, Porta Capuana, Libertà
Al termine: Benedizione.
Bimbi della 1a Comunione: ore 09.00, ritrovo presso il giardinetto all’incrocio tra Via Manzoni e Via Cassino.

Santissima Trinità /C

La Santissima Trinità, Mistero di Relazioni

Gv 16,12-15

A cura di don Eric Oswald Fanou

In questa domenica, la Chiesa celebra la Santissima Trinità, ovvero il mistero di Dio, uno in tre Persone. Questo mistero è richiamato anche nel semplice segno della Croce. La Trinità ci insegna che Dio, in quanto Amore, non può essere pensato senza relazione. A sua immagine, è impossibile per l’essere umano vivere bene senza relazioni.

Celebrare la Santissima Trinità significa professare nuovamente che l’amore perfetto si colloca sempre in una pluralità di relazioni. Dio, che è Amore perfetto, non può essere concepito se non nella pluralità delle relazioni. Il Padre è Padre perché genera il Figlio, e il Figlio è Figlio perché è generato. L’atto di generare e di essere generato presuppone affetto e dono, che è lo Spirito Santo. Tutte e tre le Persone sono un unico Dio. L’esistere divino è l’esistere di tre relazioni sussistenti in sé. Allo stesso modo, non può fare a meno delle relazioni.

Per sua natura, e per il fatto di portare l’impronta di Dio, l’intera creazione è chiamata a vivere in comunione: comunione tra gli esseri umani e comunione con il creato. Anzi, l’uomo è stato creato per amore, per vivere nella relazione con il Creatore e con il creato. È presunzione pensare di poter vivere senza aver bisogno di Dio e degli altri. Le esperienze negative di comunione o di relazione non devono spingere a cercare rifugio nell’isolamento. Nell’isolamento si diventa fragili. La relazione tra di noi a volte è difficile, ma vale sempre la pena di provarci. Abbiamo bisogno gli uni degli altri, siamo nella stessa barca dell’umanità. Nel suo Figlio, Dio ha aperto il seno della divinità all’umanità. Affidiamo le nostre paure di essere feriti e chiediamo la grazia di essere sempre aperti alla relazione.

Buona festa della Santissima Trinità!

Pentecoste 2025

L’Amore che Dona Tutto

Gv 14,15-16.23b-26

A cura di don Eric Oswald Fanou

Oggi, Pentecoste 2025, celebriamo la discesa dello Spirito Santo sui discepoli. Nel Vangelo, Gesù, dopo aver donato la propria vita, promette e concede un dono divino che procede dal Padre e dal Figlio a chiunque scelga di stabilire con Lui una sincera relazione d’amore. Così, in definitiva, il Figlio ha dato se stesso e tutto ciò che possiede. L’amore vero, infatti, non conosce riserve.

Nella storia del popolo di Dio, questa festa non rappresenta la prima volta in cui lo Spirito di Dio è sceso sugli esseri umani. Ci sono numerose occasioni nell’Antico Testamento in cui uomini scelti sono stati colmati del dono dello Spirito di Dio. Erano individui scelti e destinati a una funzione specifica: profeta, sacerdote, giudice, re… E già in quel contesto, lo Spirito si mostrava libero di operare al di là degli schemi religiosi dell’epoca, come ci ricorda la vicenda di Eldad e Medad. Nonostante ciò, la Pentecoste porta con sé delle significative novità. Vorrei evidenziarne alcune.

Con il dono dello Spirito a Pentecoste, quando tutti i discepoli erano riuniti a Gerusalemme, comprendiamo che lo Spirito Santo è destinato a tutti i credenti in Cristo, non più solo ai leader religiosi o per una funzione specifica. È destinato a permeare la vita di ciascuno di noi, per aiutarci a perfezionare il nostro amore per Cristo e per il prossimo. Senza l’aiuto dello Spirito, nulla è senza macchia. Tutti i buoni propositi, i progressi che ci aiutano a vivere un amore pieno per Dio e per gli altri, sono opere dello Spirito Santo.

L’effusione dello Spirito Santo è la prova definitiva che Gesù non ha trattenuto nulla nel suo amore per noi. Ha dato tutto. E ci invita a fare altrettanto: a donare noi stessi non parzialmente, ma pienamente. Agiamo parzialmente quando riteniamo scomodo aprire ogni angolo della nostra vita alla sua luce e quando ci pensiamo autosufficienti, o quando viviamo i nostri dispiaceri come se fossimo soli. L’amore sincero non fa riserva di nulla. Ce lo dimostra anche l’esperienza umana dell’amore.

Quanta illimitata disponibilità mostrano i genitori (veri) a sacrificare tutto per i propri figli! Il dono generoso e totale di sé e di tutto ciò che si possiede è una caratteristica distintiva dell’amore perfetto. Nell’amore perfetto, il rischio non spaventa. Quanti coniugi hanno donato un proprio organo per salvare l’altro? Quando la pienezza dell’amore viene meno, subentra la cautela, la riserva prudente. Ci si consacra a Dio con “un piede fuori”, si entra nel matrimonio già prevedendo la possibilità del divorzio… In sintesi, si cerca di non rischiare tutto.

Possa lo Spirito Santo donarci la forza di sostenere i sacrifici che generano il nostro amore per Lui e per gli altri. Buona festa di Pentecoste.

6a domenica di Pasqua /C

Il perdono nel nome di Cristo

Lc 24,46-53

A cura di don Eric Oswald Fanou

In questa domenica, in Italia si celebra l’Ascensione del nostro Signore Gesù. Nel Vangelo, dopo aver ricordato ai discepoli di aver liberamente compiuto le Profezie su di Lui, Gesù afferma il perdono dei peccati nel Suo nome per coloro che si convertono. I discepoli, con la forza del Signore, sono chiamati a essere testimoni di questa novità nell’opera della salvezza. Convinti da ciò che hanno udito, i discepoli vanno al Tempio per glorificare Dio. Cristo porta l’umanità rinnovata nel seno di Dio. In Lui è garantito il sacrificio perfetto per il perdono dei peccati.

Nel Vangelo odierno, Gesù appare di nuovo ai suoi discepoli. Nulla nel racconto ci dice che fossero consapevoli che sarebbe stata l’ultima apparizione. Ancora una volta, ripete un brano della Scrittura che Lo riguarda: “il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel Suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati”. Aveva citato lo stesso brano in un’altra occasione ai discepoli di Emmaus. Questa ripetizione fa intravedere che i discepoli fossero ancora meno convinti della salvezza in Gesù Nazareno. Può darsi che qualcuno abbia pensato che bisognasse aspettare un altro Messia. Per esempio, ancora oggi ci sono Ebrei che continuano ad aspettare il Messia, a differenza degli Ebrei messianici. Quindi, fino all’ultimo momento, Gesù dimostra di essere il Messia annunciato e chiarisce il tipo di salvezza che Gli appartiene: sconfiggere il principe dei peccati e non fare una guerra armata all’imperatore romano, come pensavano in molti.

Il peccato viene definito una ribellione contro il Creatore. Peccare significa non corrispondere all’immagine impressa su di noi. Infine, il peccato è una ribellione contro sé stessi. Gli effetti di questa ribellione si fanno sentire in qualsiasi cuore, anche nel cuore di chi non crede o crede nel nulla. Questi effetti sono, per esempio, il dispiacere di aver offeso l’altro, il senso di colpa di non aver mantenuto le promesse, la tristezza dell’incoerenza e della menzogna e così via.

Prima di Gesù, per ottenere il perdono dei peccati, si sacrificavano animali. Ci ricordiamo del giorno del Grande Perdono (Yom Kippur). I sacrifici degli animali bastavano per avere la coscienza a posto. Questi espiavano i peccati, ridavano la purezza e restauravano l’alleanza. E molti lo facevano senza per forza un coinvolgimento morale. Si capisce perché i Salmi e i Profeti insistevano sul cuore contrito al posto del sacrificio.

Gesù mette decisamente fine al sacrificio degli animali per il perdono dei peccati, non per la mancanza di un luogo (il Tempio) che è stato distrutto, ma perché il tempio del Suo sacrificio è il cuore dell’uomo. E il sacrificio è l’impegno della propria vita ad assomigliare a Gesù nelle scelte quotidiane. Vivere così costa, si sente la fatica. Questa fatica Gesù l’accoglie per renderla un sacrificio perfetto davanti al Padre. Ed è l’unico vero uomo in grado di presentare un sacrificio perfetto. Chi accoglie Cristo nella propria vita viene generato a vita nuova. Non ha più niente da temere. Ed è questa la meraviglia da testimoniare al mondo che non crede. Con Gesù, il perdono esce dai tempi dei sacrifici animali per essere alla portata di tutti. Gesù torna al Padre perché “tutto è compiuto”. Il resto è il tempo della raccolta, che significa consegnare la vita a Gesù con fiducia e godere della gioia della riconciliazione con sé stessi e, dunque, anche con Dio. Possa la grazia di Dio aiutare alla comprensione del grande dono che ci ha fatto. Buona festa dell’Ascensione. Don Eric Oswald FANOU