QUARESIMA 2026
ESERCIZI SPIRITUALI PARROCCHIALI
15-21 marzo 2026
Zona Pastorale S. Giorgio di Piano, Argelato, Bentivoglio
Chiesa di Bologna
A cura di Don Eric Oswald FANOU
Oggi ricorre la Giornata internazionale della Donna. Anche al centro del Vangelo odierno troviamo una donna che stava attraversando un momento difficile della propria vita. Ella incontra Gesù al pozzo e il dialogo con Lui le dona una nuova gioia. Il fatto di essere un uomo giudeo e santo non ha impedito a Gesù di entrare in dialogo con questa donna, di cui conosceva bene la storia. La discriminazione, in ogni sua forma, è controproducente per l’annuncio del Vangelo e alla coesione sociale.
Nel Vangelo, la donna viene identificata attraverso il suo luogo d’origine: è una Samaritana. Questo riferimento peggiora la sua condizione, poiché era già svantaggiata in quanto donna e priva di un marito. In quell’epoca, lontana dall’idea di parità tra uomo e donna, essere senza marito significava non avere un tetto né sicurezza; spesso queste donne erano etichettate come persone dalla vita non virtuosa. Se aggiungiamo il fatto di provenire dalla Samaria – terra considerata dai Giudei pagana e traditrice dell’ortodossia religiosa – questa donna aveva tutti i requisiti per essere evitata da un Giudeo.
Eppure, contro le aspettative della donna stessa e dei discepoli — i quali rimasero meravigliati nel vedere Gesù parlare con una samaritana — Egli avvia un dialogo con lei e con la sua gente. Persone che, a loro volta, non davano grande valore alla donna, dicendole: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo». Gesù dimostra così di aprire il suo dialogo a tutti, a prescindere dalle origini, dalla fama o dalla condizione di vita. Egli non seleziona a priori le categorie di persone con cui parlare e non si lascia condizionare dalla cultura del suo tempo. Il dialogo aperto a tutti è l’antidoto alla discriminazione e la via verso la fratellanza universale.
Oltre ai grandi temi della discriminazione come l’omofobia o il razzismo, esiste una discriminazione più sottile: la vergogna di apparire amici o conoscenti di qualcuno su cui pesa uno stigma sociale. A volte si fa finta di non conoscere una persona perché è stata in prigione o perché si dice che abbia comportamenti poco virtuosi. In ogni caso, nulla deve impedire un dialogo aperto con il prossimo. Quando non c’è più dialogo, si arriva alla guerra. Che lo Spirito Santo ci doni la grazia del dialogo.
Buona festa delle donne e buona domenica a tutti.
A cura di Don Eric Oswald FANOU.
C’è un punto nel racconto della Trasfigurazione che può lasciare perplessi. Gesù ha elevato i discepoli alla contemplazione della sua gloria; essi hanno visto i grandi giusti del passato, Mosè ed Elia; hanno persino udito la voce del Padre sprigionarsi dalla nube. Eppure, il Vangelo ci dice che i discepoli «furono presi da grande timore». In un contesto di così tanta luce, sembrerebbe che la paura non debba trovare posto. Questa paura rivela la morte necessaria per vedere la gloria di Dio.
Nel brano di oggi, è Gesù a prendere l’iniziativa, conducendo Pietro, Giacomo e Giovanni sulla montagna. Tra Lui e loro c’era già un legame: un rapporto tra Maestro e discepoli fondato sulla fiducia. Essi non erano testimoni casuali, colpiti da un miracolo improvviso per convertirsi un istante dopo. La loro situazione è simile a quella di chi oggi inizia un percorso di iniziazione cristiana o prova simpatia per la fede: a tutti è chiesto di fare l’esperienza della “salita”, perché il Signore non smette mai di farsi conoscere. Ancora oggi, quella Voce risuona nei nostri cuori per invitarci ad ascoltare il Figlio amato.
Tuttavia, il vero nemico dell’ascolto è l’idea del pericolo, il timore che la Parola di Dio possa in qualche modo “danneggiarci” o toglierci qualcosa. Provare un timore gelante davanti alla gloria di Dio può sembrare incompatibile con la fede. Verrebbe da parlare di “stupore” o “meraviglia”, ma il testo greco usa proprio il termine phobia: paura.
Perché questa paura? Perché la paura evoca il pericolo, la perdita, la morte. E questo ci rivela una verità profonda: per vedere la gloria di Dio, i discepoli devono attraversare un’esperienza di morte. La salita con Gesù porta a morire all’”io padrone”, a quell’io che vuole il controllo totale della vita, per lasciar emergere l’”Io figlio di Dio” — un io che si abbandona al Padre con l’aiuto dello Spirito Santo.
Solo morendo alla nostra pretesa di gestire la luce, possiamo essere illuminati dalla Luce di Dio.
Buona domenica.
A cura di Don Eric Oswald FANOU
Il Vangelo odierno mostra che la vulnerabilità è il luogo in cui si manifesta il grado della nostra fiducia in Dio. Nel deserto, essa si esprime in tre modi: la vulnerabilità del bisogno, la vulnerabilità dell’apparire e la vulnerabilità del potere. Gesù affronta queste fragilità perché è fiducioso nella Parola del Padre suo. Più è forte la convinzione interiore, più il tradimento e la caduta si allontanano.
Il contesto del deserto, dove avvengono le tentazioni, è molto significativo. Il deserto, più che uno spazio fisico, richiama l’austerità, la cecità e lo smarrimento; è il luogo dove sembra non esserci vita. Sperimentiamo il “deserto” ogni volta che la comunione in famiglia, in una squadra sportiva, tra colleghi o nella comunità ecclesiale si rompe o va in frantumi. Il deserto rende la vulnerabilità propizia alle tentazioni.
La tentazione ci fa pensare a un pericolo, a un passaggio verso la propria rovina. È per questo che nel Padre Nostro preghiamo: “Non abbandonarci alla tentazione”. La tentazione è però anche il momento in cui emerge la forza delle nostre convinzioni. Se la convinzione è poca, se manca la fiducia in ciò che si fa, la resistenza diventa debole. Ad esempio, sarà difficile partecipare regolarmente e con devozione all’Eucaristia per chi non vi sente la compassione e la presenza di Cristo; così come sarà difficile per uno studente impegnarsi se, oltre la fatica, non vede nell’istruzione un modo per crescere nella vita.
Nessuno sfugge alla tentazione, nemmeno il Figlio di Dio. Spesso esse colpiscono la nostra vulnerabilità nel bisogno, facendoci credere che ciò che conti sia solo il guadagno o la sicurezza materiale. Colpiscono la vulnerabilità dell’apparire, il desiderio di essere ben visti e di ottenere prestigio. Colpiscono, infine, la vulnerabilità del potere e della libertà, intesa come desiderio di dominare il mondo escludendo Dio.
Davanti alle tentazioni, Gesù — a differenza dei primi uomini — si ricorda della Parola del Padre. Egli non sceglie una via contro il Padre, ma esprime quanto la sua fiducia in Lui sia totale. È così che Gesù fa la differenza. Anche noi, specialmente in questa Quaresima, siamo invitati a fare la differenza, tornando a nutrire la nostra fiducia nella Sua Parola.
Buona domenica.
Pellegrinaggio Vicariale al Crocifisso di Pieve di Cento
Venerdì 20 febbraio
ore 20.30: confessioni – ore 21.00: S. Messa
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Stazioni Quaresimali
(programma per tutte: ore 20.30 Confessioni – ore 21: S. Messa)
– Venerdì 27 febbraio: Gherghenzano
– Venerdì 06 marzo: Argelato
– Venerdì 13 marzo: S. Marino di Bentivoglio
– Venerdì 20 marzo: San Giorgio di Piano
– Venerdì 27 marzo: Casadio
Pellegrinaggio Vicariale al Crocifisso di Pieve di Cento
Venerdì 20 febbraio
ore 20.30: confessioni – ore 21.00: S. Messa
Stazioni Quaresimali
(programma per tutte: ore 20.30 Confessioni – ore 21: S. Messa)
– Venerdì 27 febbraio: Gherghenzano
– Venerdì 06 marzo: Argelato
– Venerdì 13 marzo: S. Marino di Bentivoglio
– Venerdì 20 marzo: San Giorgio di Piano
– Venerdì 27 marzo: Casadio
Via Crucis in esterna
Mercoledì 25 marzo a San Giorgio di Piano
Prima di Gesù, i farisei e gli scribi erano le due istituzioni religiose che garantivano l’ortodossia della dottrina. All’epoca avevano, per il popolo d’Israele, un’autorità e un’autorevolezza incontestabili. Gesù nasce ed eredita questo tessuto sociale e religioso: non condanna o cancella, ma chiama ad aprirsi a un rapporto più autentico con Dio e con gli altri. È proprio così che si manifesta il Regno da Lui predicato.
Per essere giusti o santi (termini spesso intercambiabili nella Bibbia), bisognava seguire la via indicata dalla Legge secondo l’interpretazione di chi deteneva il potere religioso. Era questa la fede della gente. In questo contesto, Gesù afferma la necessità di superare la giustizia di scribi e farisei, aggiungendo di voler portare la Legge al suo compimento, alla sua piena maturazione. Così facendo, Egli rivela che la Legge antica è dinamica e che in Lui tale dinamismo raggiunge la sua meta definitiva.
Per i suoi contemporanei non era una posizione facile da accettare. Per noi oggi, a distanza di anni, i limiti morali dell’antica Alliance appaiono chiari, ma sempre resta difficile accogliere la novità di Cristo: a volte cerchiamo “altre rivoluzioni” o nuovi metodi, ma il Vangelo ci ricorda che per il Regno dei Cieli tutto è compiuto in Cristo. Non ci sarà un’altra verità capace di portare la Legge a compimento al di fuori di Lui.
Per essere uomini autentici, basta rispondere al comando dell’amore di Gesù e restarvi fedeli. I cambiamenti, anche nella Chiesa, che non sono conformi allo Spirito di Cristo portano alla deriva. La misura è Cristo, non le nostre fantasie interpretative usate per sostenere idee personali a scapito della Verità. Esiste sempre il rischio di strumentalizzare il Vangelo, che invece nasce per liberare l’uomo. Superare la “santità della brava gente” è possibile solo attraverso la fiducia in Cristo e nella sua Parola. Che il Signore apra i nostri cuori alla sua novità.
Buona domenica.
Don Eric Oswald FANOU
Nel Vangelo odierno, Gesù propone due immagini simboliche tratte dalla realtà domestica: il sale e la luce. Paragonando i suoi discepoli a questi elementi, Egli interroga la nostra identità: cosa ne sarà di noi se dovessero venire meno il sapore o la luminosità? Con l’aiuto del Signore, dobbiamo vigilare per rimanere sale e luce.
Dobbiamo essere onesti: il cristiano che non che non nota in sé stesso un cambiamento e non porta un cambiamento nel mondo manifesta il sintomo di un rapporto sterile con Cristo. Ma c’è una deriva ancora più grave: quando il cristiano, anziché essere sale che preserva, diventa autore di zizzania; quando anziché essere luce, si fa alleato di strutture di ingiustizia. In quel momento, non siamo solo “inutili”, ma diventiamo un ostacolo al Regno di Dio.
Gesù non parla a una folla sconosciuta, ma ai suoi discepoli. Non dice loro di “sforzarsi di diventare”, ma afferma ciò che sono: “Voi siete”. Questa identità nasce dalla comunione con Lui: il contatto con Gesù genera in noi una vita che non si corrompe e non conosce tenebre.
Tuttavia, il sale non dà sapore a sé stesso e la luce non brilla per sé. Il sale si scioglie per mantenere in vita ciò in cui viene posto; la luce si dona per rischiarare il cammino degli altri. Se invece usiamo la nostra posizione per dividere o per assecondare il male, tradiamo la nostra identità cristiana.
La prospettiva di oggi è dunque un invito alla vigilanza. Dobbiamo vegliare per non perdere il sapore trovato in Cristo. Finché il sale rimane sale, non mancherà di dare sapore; finché la luce rimane luce, non mancherà di illuminare.
Chiediamo al Signore la grazia di dimorare in Lui, per essere testimoni di verità e non complici dell’oscurità. Buona domenica.
Don Eric Oswald FANOU
Tre momenti emergono dal Vangelo di questa domenica, dedicata alla Parola: Gesù lascia Nazaret per Cafàrnao, annuncia la necessità della conversione e, infine, chiama a sé i primi discepoli. La parola chiave che fa da ponte tra questi momenti è proprio la conversione: *è dalla conversione, infatti, che nascono i discepoli.*
Cafàrnao era una città “incrocio”, un centro di affari e scambi. Lì si incontravano genti diverse e, come in ogni luogo di mercato e grande assembramento, si poteva trovare di tutto: indifferenza, virtù, ma anche vizio. Gesù sceglie di iniziare la sua predicazione proprio da lì, un luogo che manifestava un estremo bisogno di luce e di cambiamento.
Spesso abbiniamo la conversione esclusivamente al concetto di male o di peccato: pensiamo che convertirsi significhi solo rinunciare a una via sbagliata per seguire Gesù. Questo è corretto, ma la conversione è molto di più. Non basta rinunciare al male per dirsi “convertiti”. Si può fuggire il male senza mai approdare a una vera conversione cristiana; a volte, un comportamento virtuoso è semplicemente il risultato di una buona educazione o di un’etica personale.
Convertirsi a Cristo, invece, significa accettare che Egli sia la nostra unica consolazione. Significa “sposare” il Suo stile di vita, il che richiede, a volte, il coraggio di abbandonare le proprie abitudini consolidate.
La conversione non consiste sempre nel lasciare ciò che è oggettivamente cattivo, ma nel fare meglio il bene, animati dallo Spirito di Cristo. Per i primi discepoli, pescare non era un peccato: era il loro lavoro, una cosa buona. Eppure, sono stati chiamati ad adottare un altro stile di vita, impregnato della Parola del Maestro.
L’unica vera nemica che ostacola la scelta di diventare discepoli è la paura. Chiediamo che, per intercessione della Beata Vergine Maria, la luce di Cristo vinca le tenebre costruite dalle nostre paure e ci renda liberi di seguirlo. Buona domenica.
Don Eric Oswald FANOU